Conosco un tizio bizzarro che ogni venerdì declama questa rubrica ad alta voce. Lo fa per divertirsi e dileggiarmi: circostanza, appunto, bizzarra. Il tizio mi tratta alla stregua di un juke-box, quel vecchio arnese anacronistico, metti una moneta e spara canzoni altrettanto anacronistiche, fuori dal tempo, le ascolti per goliardia. Il tizio mi tratta come un juke-box perché da tempo insiste affinché scriva di friselle. Che biasimo. Insiste perché sa che io, come un vecchio arnese (seppur anagraficamente precoce), speculando sulla pietanza darei il peggio in termini di nichilismo e misantropia: un mix di senilità scorbutica che lo sollazza. Orbene, accontentiamo il tizio bizzarro.
La frisella è un “piatto” estivo e dunque per natura rientra in una categoria di vivande minori (dell’inutilità del piatto estivo ne ho già scritto). La frisella, pur essendone icona, è negazione della tradizione gastronomica del Mezzogiorno, piatti cazzuti, carismatici: spaghetto a vongole, pizza, caponata, Norma, fileja, orecchiette con cime di rapa. La frisella è una ciambella (farina, acqua, lievito e sale) cotta due volte e biscottata. Un pane raffermo “chic”, tanto che prima del consumo viene “sponsata”, ossia - dialetto pugliese – annacquata per ammorbidirla. Tutto sbagliato. Concettualmente come condire spaghetti col ketchup o allungare vino con acqua. Paradossale: prima di mangiarla, la frisella va rovinata. Il pane zuppo è pane rovinato.
So che l’ostilità nei confronti della frisella non intercetta consensi, ma non è una posa: non la comprendo né comprendo l’entusiasmo che suscita in molti. Di eccezionale nella frisella c’è il condimento. Pomodoro fresco, burrata, gambero rosso, polpo arrosto, stracciatella. Eccezionalità compromesse dalla pagnotta irrisolta: non è il crostino nel sauté di cozze e non è neppure la fetta di pane in cassetta del toast. È un impiccio, uno sbriciolio, un disagio nell’addentarla e un intruso tra sapori virtuosi.
La reputazione della frisella è agiografica: pane vecchio col miglior ufficio stampa di sempre. L’epopea contadina e peschereccia del cibo povero ipnotizza la massa. La frisella diviene simulacro, si ignora la realtà: il solo protagonista è “tutto il resto”, la frisella è la comparsa scarsa che rovina il ciak. Eppure gode di una narrazione in grado di collocare la comparsa nel pantheon dei Marlon Brando e delle Katharine Hepburn. Insensato. Come è senza senso molto di quel che attiene all’umanità.
Forse mi sfugge qualcosa. Per certo la frisella è un feticcio celebrato da Özpetek, il cui cinema alterna virtuosismi e abbagli. La principale contraddizione di Özpetek nasce dalla tensione tra autenticità e costruzione estetica: la frisella attiene a quest’ultima.




