Libero logo

Il caso Signorini e la caccia social al presunto colpevole

“Nulla di nuovo sotto il sole”. Si potrebbe ripetere semplicemente il passo biblico per commentare il caso di Alfonso Signorini che riempie in questi giorni le pagine della cronaca più o meno gossippara
di Corrado Oconevenerdì 2 gennaio 2026
Il caso Signorini e la caccia social al presunto colpevole

3' di lettura

“Nulla di nuovo sotto il sole”. Si potrebbe ripetere semplicemente il passo biblico per commentare il caso di Alfonso Signorini che riempie in questi giorni le pagine della cronaca più o meno gossippara. Il meccanismo all’opera è infatti sempre lo stesso e funziona da anni, anzi forse da secoli se solo facciamo correre il nostro pensiero fino alle tricoteuse che assistevano alle esecuzioni capitali durante il Terrore mentre continuavano tranquillamente a lavorare a maglia. Funziona oggi suppergiù così: getti in pasto al pubblico un presunto caso di corruzione, in questo caso a sfondo sessuale, parte un’inchiesta giudiziaria, il presunto “colpevole” diventa colpevole di fatto e viene come tale trattato dai leoni da tastiera e dai mezzi di comunicazione di massa. In barba ad ogni presunzione di innocenza, che pure dovrebbe essere naturale in uno stato di diritto e in una liberale civiltà giuridica.

Tutti, più o meno inconsciamente, partecipano al gioco, che si autoalimenta, crocifiggendo il povero malcapitato, tanto più se costui è stata una personalità conosciuta, di successo e di potere, e come tale ammirato o servilmente riverito fino al giorno prima. Sono meccanismi profondi, irrazionali, propri della psicologia di massa, quelli che si mettono in moto, riconducibili a quel “risentimento” che Nietzsche vedeva come caratteristico dell’epoca democratica. L’uomo del nostro tempo, secondo il filosofo, persegue la mediocrità e non tollera l’eccellenza, e quindi prova un sottile ma intenso piacere quando il potente di turno cade e così permette ad ognuno di autogiustificarsi e autoassolversi per il “fallimento” del proprio progetto di vita, per non essere stato fortunato nella lotteria della vita. Permette ad ognuno di ricondurre le proprie sconfitte e la propria frustrazione ad una presunta e malintesa “superiorità morale”: “hai visto ce l’ha fatta, al contrario di me, ma solo perché lui ha giocato sporco molestando o vendendo l’anima e il corpo”. Tutto poi si complica in un’epoca in cui trionfa il narcisismo di massa, in cui la visibilità mediatica diventa un surrogato del vero potere, che molto spesso continua ad esercitarsi all’oscuro, nelle “segrete stanze” ove si decidono i destini del mondo.

È il famoso “quarto d’ora di celebrità”, a cui tutti possono aspirare e che si giustifica da solo, per il semplice fatto di esserci. Reality come il Grande Fratello sono “popolari” perché permettono a tutti, almeno potenzialmente, di aspirarvi. Ovviamente, nessun moralismo in questa osservazione, ma la constatazione che per alcuni quello che dopo tutto è un gioco può diventare una faccenda seria. Nel caso di Signorini questo dispositivo, su cui i media prosperano, funziona ancora meglio perché esso presenta due novità rispetto allo schema classico (i media sono affamati di novità). Da una parte vede protagonista nel ruolo di presunto “molestatore” un gay che prevarica su giovani non necessariamente tali (una sorta di Metoo capovolto); dall’altra permette di rispolverare il vecchio ma mai veramente sopito antiberlusconismo di certa sinistra anche ora che il Cavaliere non c’è più e che qualcuno che gli era stato nemico prova addirittura a “riabilitarlo” (per meglio colpire la destra al potere). Era o non Signorini non solo il re del gossip ma anche il re dei “sevi di papi”, come ha titolato Repubblica? Non era la sua una potente macchina di “distrazione di massa” volta a spostare l’attenzione dalle vicende del Capo o a celebrarne le gesta in un’ottica nazional-popolare, anzi populista? Nulla di nuovo, appunto. Anche se, a ben vedere, il vero populismo è proprio in questa politica a mezzo stampa che prova, e quasi sempre riesce, ad eliminare i nemici politici per vie non elettorali. Molto prima che un tribunale si sia pronunciato e molto prima che un sereno giudizio possa essere dato.