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I 65 anni del Ken di Barbie: lei cambia, lui è immutabile

Altro che "bambolo": il "fidanzato di" non ha tradito il sogno americano e non è stato piegato alla cultura dominante come la sua metà. E così ha fregato tutti
di Giovanni Sallustimercoledì 14 gennaio 2026
I 65 anni del Ken di Barbie: lei cambia, lui è immutabile

3' di lettura

Ken fa 65 anni, e non è peregrino chiedersi cosa abbia rappresentato per lo spirito del tempo, per la sua evoluzione oppure (alternativa che chiunque voglia coniugare il realismo conservatore è obbligato a valutare) per la sua involuzione. Come, Ken chi? Perdonate, ripartiamo dai fondamentali.

Rispondiamo citando il claim con cui venne lanciato sul mercato, l’11 marzo 1961, tecnicamente alla Fiera del Giocattolo di New York City, vetrina dell’America in pieno vitalismo patinato da Nuova Frontiera kennedyana. “He’s a doll. Barbie’s boyfriend”. Nasce come “fidanzato di”, il bambolotto di Kenneth Sean Carson Jr., due anni dopo la compagna-bambola-icona, pare strutturalmente segnato dall’incompletezza, o perlomeno dalla subordinazione, condannato a vivere un’esistenza di rimando, ontologicamente inquadrato come riferimento ad altri. Che poi è sempre l’altra, la bambola più venduta al mondo e prodotto di punta della Mattel, molto più che un’azienda, uno di quegli incubatori del sogno americano to-mamma ideologizzato da cui tutti i Ken fuggono, spesso in direzione Florida, rifacendo la strada al contrario, ancora alla ricerca della splendida normalità americana.

“Veicola un messaggio di normalità, non è un supereroe ma l’uomo e l’amico rassicurante”. È la fenomenologia del fidanzato di Barbie secondo uno dei suoi massimi indagatori, quel Massimiliano Capella, storico dell’arte e della moda, che ha appena mandato in libreria per il 65° “I Am Ken. Storia e Stile” (edito da 24Ore Cultura). L’opus magnum sul personaggio, sul simbolo, sul bambolotto di una dozzina di centimetri che per sei decenni abbondanti è stato il correlativo oggettivo della mascolinità occidentale, delle sue proiezioni, forse anche delle sue paturnie. Dagli esordi fino a quella vera e propria “Kenaissance” (ritorno e rinascita dell’archetipo Ken) dovuta al film “Barbie” di Greta Gerwig (2023).

FACCIA DA GOSLING

Sicuramente ha giocato il fatto di avere la faccia di Ryan Gosling, ma la verità si può sempre girare: quali personaggi immaginari custodiscono tanta forza da mangiarsi anche la star hollywoodiana, da essere il Ken che concede a Gosling di interpretarlo? In mezzo ci sono tantissime cose, c’è la storia del costume americano che non è mai totalmente scindibile da quella delle idee, e come accennavamo c’è quel salvacondotto che la furia iconoclasta politicamente corretta gli ha rilasciato. Mentre lei, la fidanzata, la dominante Barbie è stata sottoposta a una galleria infinita di riscritture Woke, dalla Barbie non così magra alla Barbie nera a una surreale Barbie trans fino alla recente Barbie “autistica” (un maldestro tentativo inclusivista che ha viceversa trattato le persone autistiche come specie protetta), Ken ha visto giusto una versione di colore quasi per odor di firma, ma non è stato infilato nel frullatore arcobaleno, non ci sono uno, nessuno e centomila Ken. Ce ne è e ce ne sarà sempre uno, perché lo stile di vita americano è e sarà sempre quello, nonostante i tentativi di relativizzarlo e di ricondurre la sua normalità spontanea a una norma artificiosa.

«Lo stile di vita americano è molto semplice», diceva in uno dei suoi ultimi discorsi Charlie Kirk, e forse questo è stata la grandezza di Ken in questi sessantacinque anni: li ha fregati con la semplicità. Nato come costola, in un’inversione profana del dettato biblico, ha finito per incarnare l’essenziale, il tipo americano non rieducato. Se non proprio un eroe Maga, sicuramente il prototipo della nixoniana «maggioranza silenziosa». Tanti auguri, normali!