Paola Onofri ha 63 anni e lo stesso sorriso, la stessa solarità e la stessa bellezza acqua e sapone di quando l’abbiamo conosciuta per la prima volta al cinema, nel 1984, nel film “I due carabinieri” con Verdone e Montesano. Sposata e mamma di due figli ormai grandi («La famiglia è la mia priorità»), racconta una brillante carriera in tv («Dovevo presentare il Festival di Sanremo 1988, ma un dirigente Rai ci provò...») e a teatro, oltre alla straordinaria esperienza nella sitcom “Nonno Felice” con Gino Bramieri.
Paola, lontana dai riflettori per molti anni («Ho detto qualche “no” e sono uscita dal giro»), vive a Milano dove insegna “public speaking” e tiene corsi di formazione aziendale.

Paola Onofri, l’appuntamento alla Feltrinelli è casuale?
«No, amo leggere: per anni, quando i miei figli erano piccoli, li ho portati qui dopo la scuola per passare il pomeriggio tra i libri».
A lei che genere piace?
«Qualsiasi, ma in particolare mi attrae ciò che riguarda la psiche o argomenti di psicologia. Sono affascinata dalla mente, dall’essere umano, dalla nostra unicità. Me ne occupo anche professionalmente».
In che modo?
«Tenendo corsi di formazione e insegnando “Public speaking”».
Per quali aziende lavora?
«Dalla Barilla alla Suzuka, dalla Philips alla G.M. International: quando mi chiamano hanno già fatto una selezione delle persone, alle quali poi io parlo disegnando su misura, come fosse un vestito, il percorso che faremo insieme».
La impegna molto?
«Decido io quanto e quando lavorare, è una regola che mi sono data dopo essermi sposata: “Voglio una famiglia e i figli devo essere cresciuti da me, non dalle tate”».
Lo stesso discorso lo ha fatto e lo fa anche per il mondo dello spettacolo?
«Ho detto qualche “no” quando i bambini erano piccoli, non mi andava di stare lontano da loro. E ora, forse a causa di questi rifiuti, sono uscita dal giro».
Non fa proprio niente?
«Ogni tanto capita qualche lavoro: nel 2021, per esempio, ho recitato nel film “100 milioni di bracciate”, la storia del nuotatore italiano Leo Callone capace di fare il giro del mondo due volte e costruire un ospedale in Guatemala in memoria del figlio morto. Interpretavo la moglie, esperienza bellissima. A teatro, invece, nel 2003 sono andata in scena con “La tragedia di Riccardo III” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”».
Le manca la recitazione? Sta facendo una strana smorfia...
«In questo lavoro c’è sempre meno professionalità. L’ultima volta, mentre giravo una serie tv, dovevo piangere e mi hanno proposto le lacrime artificiali perché molti attori ormai fanno così. Io ho sempre pianto per davvero con il vecchio metodo: entri nel profondo del personaggio dopo averlo studiato attentamente».
La tv la guarda?
«Pochissimo, solo se c’è qualche collega o amica- attrici con la a maiuscola come Giuliana De Sio, Barbara De Rossi o Elena Sofia Ricci - che mi interessa, altrimenti preferisco stare con mio marito e con i miei figli».
Da quanti anni è sposata?
«Dal 1995. Claudio fa il medico e l’ho conosciuto nel 1993 nel suo studio. Nel 1996 è nata Chiara, nel 2000 Luca».
I figli ormai sono grandi.
«Sì, però vivono ancora in casa con noi. La famiglia per me è sacra, lo è questa come lo era quella di origine che, purtroppo, non ho più: mamma è mancata sei anni fa e papà lo scorso agosto».
Sta soffrendo molto?
«Avevo un ottimo rapporto con entrambi, è difficile metabolizzare un dolore così».
La fede non la aiuta?
«Sì, ma è comunque complicato accettare la perdita di chi ti ha messo al mondo».
Restiamo alla sua famiglia d’origine e facciamo, insieme, un salto indietro per raccontare la piccola Paola.
«Nasco a Roma il 18 dicembre 1962. Mamma Angela, detta “Angelina”, fa la casalinga mentre mio padre Roberto lavora alla “Selenia Spazio”: si occupa del controllo qualità dei missili Sirio».
Figlia unica?
«No, due sorelle: Silvia che è del 1960 e Laura del 1969».
Che bambina è?
«Curiosa, sempre in movimento. Ho i capelli a caschetto e sono paffutella in viso, tanto che i parenti mi chiamano “palletta”».
Cosa vuole fare da grande?
«Ho due sogni: diventare mamma e attrice. Infatti, fin da subito, recito in ogni momento».
In che senso?
«In parrocchia, a casa, con le amiche. E quando sto studiando e devo ripetere la lezione a mamma, che sia storia o una poesia, gliela declamo come se fossi su un palco».
Dopo le elementari che scuole frequenta?
«Ragioneria e poi mi iscrivo a Psicologia, che però non finisco. In seguito frequento corsi di analisi transazionale e, dopo essermi sposata, tengo lezioni di “Marketing e comunicazione”».
Come si avvicina al mondo dello spettacolo? La sua biografia parla di un concorso per Miss Lazio nel 1981...
«Una parentesi frivola cui non do grande peso».
Vabbè, ma è un passaggio curioso: raccontiamolo.
«Mia sorella Silvia, in quel periodo, fa la stilista e lavora per le sorelle Fontana. Un giorno manca un’indossatrice e mi propongono due uscite con un vestito di Grace Kelly».
E viene notata da quelli del concorso?
«No. Più semplicemente, nell’albergo in cui alloggiamo, si stanno svolgendo le selezioni per Miss Lazio e chiedono a tutte noi ragazze della sfilata di partecipare. Accettiamo per divertimento».
Lei vince e si qualifica per Miss Italia.
«Vado alle finali, ma mi vergogno, sfilo male senza convinzione e vengo subito eliminata».
Quando, invece, il primo contatto con la cinepresa?
«Vado di nascosto in un’agenzia per la pubblicità e...».
...di nascosto da chi?
«Dai miei genitori che, non condividendo il mio sogno di fare cinema, cercano di farmi desistere: “Tu attrice? Non hai pelo sullo stomaco. E poi sei una ragazza di un certo spessore, molto sensibile, lascia perdere”».
Ma lei non molla.
«Ovviamente no. Mi presento all’agenzia e vengo scelta per lo sport della birra Peroni con Renzo Arbore, quello in cui lui dice: “Birra, e sai cosa bevi”».
I suoi genitori come prendono questo primo lavoro?
«Tutto sommato bene perché racconto loro che è un’esperienza isolata e lascerò perdere. Ma la verità è che invece, in me, c’è un tarlo pazzesco: voglio diventare attrice».
E che succede?
«Un giorno, nel 1984, mentre sono in via Veneto con mia mamma, incrocio il direttore della fotografia di quella pubblicità. “Perché non hai fatto più nulla?”, mi chiede spiegandomi, poi, che proprio in quei giorni Carlo Verdone sta cercando la protagonista femminile del film “I due carabinieri”. “Vai ai casting, ne vale la pena”, mi suggerisce».
Segue il consiglio?
«Mi presento alle selezioni senza avere un book fotografico e mi porto una semplice foto in bianco e nero, in cui sono senza un filo di trucco e con i capelli bagnati, scattata da mio padre al mare».
Nient’altro?
«La segretaria di Cecchi Gori chiede un curriculum, ma non ho nemmeno quello, così consegno la fotografia e dietro ci scrivo il numero di telefono di casa».
La chiamano subito?
«Sì e organizzano un incontro in cui ci sono anche gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi».
Impatto con Verdone?
«Bellissimo, Carlo è già molto famoso, un mostro sacro. Lui è anche il regista del film e mi chiede: ”Sai come si studia un personaggio?”. E io: “Cercando di scavare ed entrare nella sua vita».
Scusi, ma lei tutte queste cose, in quel momento, come le sa?
«In quegli anni leggo tutto, vado in libreria e studio la storia del cinema. E frequento anche un corso di dizione e recitazione, privatamente, con l’attrice Fulvia Mammi».
Torniamo al film “I due carabinieri”.
«Gli sceneggiatori mi consegnano il copione dicendomi: “Leggilo, che ci vediamo tra quattro giorni”».
Niente provino?
«Niente».
Come è la prima esperienza da attrice?
«Resto ore e ore sul set. Quando finisco la mia parte e la produzione chiama l’auto per farmi portare a casa, io dico di aspettare perché voglio stare lì e vedere tutto, per assorbire come una spugna».
Una scena che non dimenticherà mai?
«Quella divertentissima in cui Verdone e Montesano si tirano i cuscini: continuiamo a ridere e viene fatta 150mila volte. In realtà viene anche cambiata rispetto al copione perché si fanno male tirandosi i cuscini nelle parti intime».
Come è il rapporto con Verdone?
«Carlo è carino, come un fratellone».
E con Montesano?
«In realtà, con Enrico, l’amicizia nasce più avanti: in quel momento mi intimorisce, forse perché più grande».
Il film fa il boom e lei diventa famosa.
«Gianluigi Rondi, critico cinematografico temuto dai miei colleghi, scrive cose bellissime su di me, tipo “Questa ragazzina acqua e sapone che tutti vorrebbero come vicina di casa ha talento e mestiere. Sicuramente farà successo”. Mi chiamano tutti, mi cercano per altri film e mi mandano copioni da leggere».
Famosa e bella: chissà quanti corteggiatori...
«In quel momento sono felice con Alessandro, che è il mio primo fidanzato».
Scusi la domanda un po’ sfacciata: la sua prima storia sentimentale ce l’ha a 22 anni?
«Sì, perché sono alla ricerca del grande amore e della persona giusta».
Torniamo alla sua carriera. Dopo “I due carabinieri” lavora in “Windsurf - Il vento nelle mani” (1984), “I pompieri” (1985), “Puro cashmere” (1986) e, tra gli altri, “Casa mia, casa mia” (1988). Ma inizia a recitare anche per la televione: un lavoro che ricorda con piacere?
«La serie “Helena” del 1987, nella quale sono la protagonista e interpreto una giornalista detective».
Nel cast ci sono anche Helmut Berger, Renato Rascel e Paola Borboni.
«Rascel è sempre in compagnia di Giuditta, la sua bellissima moglie: io lo guardo e resto in silenzio perché mi mette soggezione. La Borboni, invece, un giorno si avvicina e mi dice: “Tu, come me, hai gli occhi assassini: io grazie a loro ho conquistato tanti uomini. I tuoi occhi penetrano nello schermo, ma mi raccomando: devi recitare e non perderti nel mondo”».
Meraviglioso. Sempre in tv, nel 1987, conduce su Rai1 il programma “Improvvisando” e poi “Porto matto”.
«All’inizio sono terrorizzata perché quest’ultimo è un contenitore mattutino in cui si parla di tutto: sport, turismo, cultura, musica. Molto impegnativo, ma va benissimo».
L’anno dopo, reduce da quel successo, le si presenta un’altra grande occasione: il Festival di Sanremo.
«Mi propongono di condurre l’edizione 1988 insieme con Gabriella Carlucci e Miguel Bosè perché vogliono sul palco una conduttrice, un cantante e un’attrice».
Ma che succede?
«Il giorno della conferenza stampa di presentazione vado a Roma per firmare il contratto, ma...».
...ma?
«Un dirigente, che mi tormentava già al telefono da un po’, mi convoca nel suo ufficio e, appena dentro, mi salta addosso tentando di baciarmi. Io lo spingo via e mi dice: “Tu sei una pazza, non lavorerai mai più in Rai”».
Lei come reagisce?
«Sbatto la porta, esco e incrocio lo sguardo della sua segretaria, che alza il pollice in segno di ok. Come dire: “Hai fatto bene”».
E la conferenza stampa?
«Non ci vado ed è lo sbaglio più grande: avrei dovuto raccontare tutto proprio lì, davanti ai giornalisti».
Questa è l’unica situazione del genere capitata in carriera?
«Purtroppo no...».
Nel 1991 lascia la Rai per Telemontecarlo, dove conduce “Pianeta Mare”.
«Un progetto splendido, una sorta di “Sereno Variabile” in cui racconto tutto ciò che si svolge sopra e sott’acqua. Questo programma mi permette di girare il mondo nello stesso periodo di “Nonno Felice”: durante la settimana registro la sitcom e poi, ogni venerdì, parto».
Già, “Nonno Felice” con Gino Bramieri: 76 episodi e un successo clamoroso.
«Sono in vacanza a Los Angeles e mi telefona il mio agente: “Gino Bramieri ti vuole incontrare: è tanto che sta cercando la protagonista femminile della sua nuova serie televisiva, ha già fatto molti provini ma, dopo aver visto un tuo lavoro, vorrebbe parlarti. È entusiasta, parti subito».
Lo incontra a Milano?
«Chiacchieriamo e mi dice: ti voglio con me, il personaggio è Ginevra».
E, pure lui, la prende senza alcun provino.
«Dopo 20 giorni iniziamo a girare e lo facciamo da maggio a settembre, con in mezzo la pausa di agosto: così per quattro anni. Recitiamo in presa diretta dalle 11.30-12 del mattino fino alle 19.30, la sera studiamo il copione e il giorno dopo siamo tutti di nuovo sul set».
Che ricordo ha di Bramieri?
«Per me è fin da subito un maestro, un amico, un padre. È un signore, elegante, gentile, ci fa sentire sempre a nostro agio: ho ancora il ricordo del suo buonissimo profumo, intenso».
Ad un certo punto, però, si ammala.
«Sta male, soffre e per noi è triste vederlo in quelle condizioni. Una volta, nel pieno di una scena, mi stinge forte la mano senza che sia previsto dal copione. Subito dopo, alla prima pausa, si avvicina: “Perdonami, avevo dei dolori troppo intensi”. “Se non stai bene chiedi una pausa”, gli dico. E lui: “No, Paola. Non sono gli attori a stoppare la scena, ma il regista”».
Nel maggio del 1996 Bramieri ritira il Telegatto per “Norma e Felice” ed è un po’ il suo ultimo saluto.
«Una strana serata, di grande tristezza. La sala gli tributa una standing ovation e tutti hanno la sensazione che sia l’applauso finale. Morirà un mese dopo».
Nel 1999, dopo il grande successo di “Nonno Felice”, lei recita in una vera soap opera: “Vivere”.
«Una bella esperienza, ma è come andare in ufficio: sono già mamma e lavoro in orari precisi. Quando, poi, la stessa produzione mi contatta per un ruolo da protagonista in “Centovetrine” e per “Un posto a sole”, rifiuto perché sto aspettando il secondo figlio».
Uno dei famosi “no” cui si riferiva all’inizio?
«Esatto».
Per una decina di anni fa solo la mamma finché, nel 2007, torna sul set con “Notte prima degli esami - Oggi”.
«Una sera trovo un messaggio in segreteria: “La stanno cercando per un film di Fausto Brizzi, richiami a questo numero”. Penso a uno scherzo, però telefono per curiosità».
Ed è tutto vero.
«Vado a casa di Brizzi, a Roma, per conoscerlo. Mi racconta che da ragazzino guardava i miei film e mi vorrebbe a lavorare con lui. E così entro nel cast».
Paola, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Profondo».
2) Ha paura della morte?
«No, solo della sofferenza».
3) C’è qualcuno con cui si è trovata male professionalmente?
«Lina Wertmuller: con lei non avevo un grande feeling».
4) Cosa pensa dei giovani?
«Alcuni di loro hanno perso il rispetto dei valori della vita, ma spesso la colpa è di noi genitori. Penso che dovremmo cercare di avere più comunicazione e contatto con i ragazzi».
5) Le hanno mai proposto un reality?
«”L’Isola dei Famosi”, ma ho rifiutato».
Ultimissima domanda: ora, se le offrissero qualche lavoro, accetterebbe?
«Molto volentieri perché mi piacerebbe tanto tornare a recitare».




