Aula di tribunale. Processo a un professore universitario denunciato per molestie da una sua allieva. All’udienza la denunciante ritratta tutto. Lei, dice, era consenziente. L’avvocatessa del prof. aggiunge un’altra vittoria alla sua lusinghiera carriera. Tutto bene? No, la carinissima avvocatessa era la patrocinante sbagliata nel processo sbagliato. Perché ( viene rivelato subito dopo) lei stessa in passato era stata vittima di uno stalking (il colpevole ora è in galera). Un’esperienza che lei non ha mai finito di elaborare. Perciò, ripreso il suo tran tran di leguleia diventa preda di una paranoia progressiva. Teme il ritorno del suo stalker (tornato a piede libero). Teme il suo patrocinato, della cui innocenza non è mai stata del tutto convinta. E difatti lo stalker si rifà vivo. E difatti il prof. torna a tampinarla. Ha bisogno di lei. Vuol far causa all’università che a causa dello scandalo ha cominciato con lui una snervante opera di mobbing. L’avvocato Elisabetta si rifiuta. Ma qualche tempo dopo, quando è andata a riordinarsi le idee nella casa di famiglia in mezzo ai boschi si ritrova il prof. che bussa alla porta. Che ci fa il docente universitario di notte, durante una tempesta in una casa isolata lontana da un centro abitato? Le spiegazioni dell’uomo, decisamente inquietante, non sono convincenti. Ormai sicura di essere alle prese con un maniaco, Elisabetta reagisce con imprevedibile violenza. Lo pesta, lo stordisce, lo lega a una sedia. L’uomo è nelle sue mani. Per un gioco assurdo delle parti la probabile vittima si trasforma in un carnefice. Quanto dura il ribaltamento dei ruoli? Elisabetta si sta quasi convincendo di aver messo in croce un innocente, quando un colloquio con la studentessa del processo le cambia nuovamente le carte in tavola. La vittima era stata veramente una vittima del prof. Al dibattimento aveva ritrattato tutto perché terrorizzata da questo stalker feroce e ossessivo (anche da condannato non avrebbe smesso). La fine del film non è una fine. Il gioco della vittima e del carnefice è destinato a durare. Un finale aperto è una birbonata che Mordini non doveva farci. Perché lui ce l’aveva messa tutta per servirci su un piatto un giallo alla Polanski. Come accade nei migliori Polanski il bello del gioco non è il duello tra innocente e colpevole, ma la storia centellinata di un ossessione. E la storia è raccontata benissimo, in una Trieste autunnale battuta dalla bora, nell’incrociarsi di Elisabetta con personaggi (l’antico stalker, il poliziotto, i colleghi d’ufficio) nessuno dei quali sembra raccontarla giusta. E Matilda De Angelis è un’eroina che sarebbe piaciuta a Roman (così repentina nella sua trasformazione). Ma Mordini avrebbe dovuto anche tenere a mente la lezione di Hitchcock. La paranoia è ben descritta quando il paranoico compie atti apparemente plausibili. Mentre Elisabetta passa troppo tempo a commettere assurdità (se si sentiva perseguitata che senso aveva andare a isolarsi in una casa in mezzo ai boschi?).
LA LEZIONE. Con Matilda de Angelis, Stefano Accorsi e Eugenio Franceschini. Regia di Stefano Mordini. Produzione Italia 2026. Durata: 1 ora e 47 minuti.




