I suoi libri in Russia sono messi al bando ma nei paesi anglosassoni, in Germania e in Spagna è considerata tra le voci più autorevoli e credibili capace di disegnare meglio le sfumature, non così scontate, della società russa. È Victoria Lomasko, 48 anni, artista grafica, nata a meno di 100 chilometri da Mosca, dove ancora vive la sua famiglia. Lei risponde alle domande di Libero dalla Germania dove ha trovato rifugio con il suo gatto Dwarf e riesce a operare liberamente anche se precisa che è riduttivo dividere gli artisti tra «dissidenti e filo-Putin» perché «le sfumature sono in realtà molte di più».
Che cosa pensa delle notizie sull’arrivo della delegazione russa alla Biennale di Venezia?
«Sui siti russi ho letto che il Padiglione russo ospiterà un progetto internazionale intitolato A Tree Rooted in the Sky. Secondo il piano degli organizzatori riunirà oltre 50 giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti da Russia, Argentina, Brasile, Messico e Mali. Confido nel fatto che gli organizzatori russi abbiano il buon senso di non portare arte di propaganda. Molto probabilmente l’accento sarà posto sull’incontro tra artisti non europei. Penso che un’alleanza di questo tipo possa risultare interessante, e il pubblico europeo saprà farsi la propria opinione».
In Italia, però, si teme che la Russia voglia veicolare propaganda strumentalizzando l’evento culturale. Lei cosa ne pensa?
«Non capisco perché queste domande riguardino soltanto la Russia, quando il mondo è attraversato da guerre e conflitti. La questione non dovrebbe essere posta nei termini di stabilire se la Russia sia o meno uno “Stato fuorilegge” ma in termini globali: se si vuole davvero vietare l’arte per ragioni politiche, allora si dovrebbe giudicare qualsiasi Paese».
Pensa che il padiglione ufficiale russo e un padiglione di artisti dissidenti possano coesistere all’interno della stessa mostra?
«E come dovrebbe essere un padiglione di artisti dissidenti? Sarebbero forse gli artisti russi che ricevono sovvenzioni occidentali mentre chiedono più armi per l’Ucraina e la distruzione della Russia come “impero del male”? In un padiglione del genere per me non ci sarebbe posto: non desidero rappresentare né la propaganda di Putin né quella dell’Occidente. Se avete visto i miei libri, sapete che parlano della gente comune russa, soprattutto di quella delle province. All’inaugurazione della mia mostra al Museo di Santa Giulia nel 2022 alcuni visitatori arrivarono con un forte pregiudizio verso tutto ciò che è russo, ma se ne andarono con il desiderio di capire meglio la cultura russa».
Riesce a mantenere contatti o a collaborare con artisti dissidenti ucraini?
«Purtroppo oggi è difficile. Per ragioni evidenti, la comunità ucraina non vede di buon occhio questo tipo di contatti».
Secondo lei l’arte può davvero avere un ruolo nel contrastare dittatori e autocrati come Putin?
«Combattere senza sosta - e spesso senza risultati - è il compito dell’attivismo, non dell’arte. A mio avviso, il dovere principale dell’arte in un’epoca di cambiamenti è fare da ponte tra le persone, ispirare e unire. Credo che l’Italia sia uno dei pochi Paesi in cui si ricorda ancora che il ruolo dell’artista non è servire questa o quella forza politica, ma creare opere profondamente umanistiche».
Ritiene che la risposta dell’Europa alla Russia di Putin sia sufficiente o rischia solo di renderlo più aggressivo?
«Penso che questo sia esattamente lo scenario che Putin aveva previsto. Credo che stia cercando di riunire forze non europee in modo tale che l’Europa finisca per apparire come una piccola isola circondata da esse».
Se dovesse immaginare una Russia dopo Putin, come la vedrebbe?
«Nella mia arte paragono la Russia a una foresta cupa abitata da creature fantastiche, oppure a un mondo sottomarino da cui può emergere qualsiasi cosa. La Russia è stata così e così resterà. Sono convinta che in futuro il dialogo nella cultura e nell’arte tra i nostri Paesi riprenderà».




