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Lino Banfi, orgoglio tricolore: "Sono uno spot vivente dell'Italia"

di Daniele Priorimercoledì 8 luglio 2026
Lino Banfi, orgoglio tricolore: "Sono uno spot vivente dell'Italia"

5' di lettura

Lino Banfi è pronto a festeggiare i suoi primi 90 anni e la Rai lo celebra con un documentario in prima serata su RaiUno. Lino d’Italia – Storia di un itALIENO è il titolo della produzione diretta dal regista Marco Spagnoli, realizzata da Minerva Pictures con Rai Documentari. «L’abbiamo girata in soli 6 giorni e senza nemmeno bisogno di un copione. Nella mia testa avevo già tutto...», ci ha raccontato l’attore nato a Andria nel 1936. Sarà dunque un grande ritorno nel prime time della rete ammiraglia di Mamma Rai per l’attore nato ad Andria il 9 luglio ma registrato solo l’11 «ed è rimasto il giorno in cui festeggio.

Anche quest’anno a Termoli, come piaceva a mia moglie Lucia». Banfi che, nei panni di Nonno Libero, il protagonista di Un medico in famiglia, è stato il mattatore degli ascolti per oltre dieci anni e assieme al suo pubblico resta in attesa della stagione che segni il gran finale di una serie che ha segnato un’epoca. Il soggetto è scritto. Si attende solo la risposta della Rai. Lino, però, guarda se possibile anche oltre e con Libero apre il sacco, rivelandoci il prossimo progetto: la realizzazione di un podcast tutto suo. «Continuano a invitarmi nei podcast degli altri...Così ho pensato: perché non farne uno tutto mio?». E poi un altro grande sogno: uno spot identitario in difesa dell’italianità. «Prima o poi mi chiameranno anche Lino di Mameli», ride di gusto.

Lino d’Italia arriva nel bel mezzo degli ennesimi Mondiali nei quali l’Italia non c’è ma c’è lei, che un simbolo dell’italianità, più di qualsiasi atleta azzurro...
«Beh, le dico la verità...Questo pensiero l’ho formulato pure io. Poi la sa una cosa? Per questo motivo mi toccherà campare almeno fino a 96 anni...»

Perché proprio 96?
«Perché Malagò (il nuovo presidente Federcalcio ndr) ha affidato a Oronzo Canà una consulenza da supervisore per il nuovo corso della Nazionale...” (Ride).

In effetti a questa festa mancava giusto Mister Canà, visto che nel docufilm per la prima volta vedremo in scena insieme Lino Banfi e Pasquale Zagaria, il suo vero io...
«Che finalmente si sono messi d’accordo, si vogliono bene e scoprono addirittura che stanno meglio senza baffi...Così ieri mattina dopo 38 anni mi sono tolto i baffi».

Una delle due personalità prevale sull’altra in Lino d’Italia?
«Chiamiamolo largometraggio (sorride) perché non è né un lungometraggio né un cortometraggio...Beh c’è Pasquale Zagaria che un po’ prevale perché del resto per i primi 22-23 anni c’era solo lui. Lino Banfi è venuto dopo. Prima anzi c’era Lino Zaga. Fu il principe De Curtis, Totò, a convincermi a cambiare il cognome. Perché mi disse: il diminutivo del nome va bene, ma quello del cognome non porta bene... A Totò risposi: ecco perché sono un morto di fame... Se me lo dice lei, lo cambio subito! Mi disse: l’avanspettacolo è una grande scuola, ricordati. Con quella scuola si diventa qualcuno. Ma ci vogliono sacrifici...» 

Alla fine è valsa la pena farli questi sacrifici!
«Sto facendo un po’ i conti in questi giorni. Io non so nuotare, non so sciare, non so andare a cavallo, in bicicletta ci andavo così così... Ho preso tardi la patente e non ho mai fatto una crociera. Tutto questo perché non ne ho avuto il tempo. Ero troppo impegnato a correre dietro al mio sport che era il salto del pasto di cui ero campione olimpionico! (Sorride) Però sin da bambino so far ridere tutti. E questo ha dato senso a tutta la mia vita».

In questa rincorsa al suo sogno ha detto più volte che sua moglie Lucia è stata la sua più grande alleata. Si può dire che ci abbia creduto anche un po’ più di lei?
«Sì, penso che in più occasioni ci abbia creduto Lucia ancora più di Pasquale...Perché io sotto sotto ero sicuro ma di tanto in tanto mi capitava pure di chiedermi se questo Lino Banfi sarebbe mai arrivato davvero al successo nazionale. Lucia riusciva sempre a tirarmi su il morale. È stata sempre la mia prima fan».

Il sottotitolo del docufilm è “Storia di un itALIENO...”. Si gioca con l’accento pugliese ma, a quanto pare, non solo con quello...
«Certamente... Oggi d’altra parte stiamo diventando un po’ tutti alieni con questi maledetti telefoni, con l’intelligenza artificiale. Quello che sta accadendo è difficile da credere eppure accade! Io, come diceva Totò, sono curioso di vedere dove vogliono arrivare...».

Lei che rapporto ha con la tecnologia? 
«Siamo separati in casa. In particolare con il telefono. Ci vediamo, ci guardiamo, ci tocchiamo, però io non amo lui e lui ogni tanto si inchezza con me perché scrivendo i messaggi con i miei ditoni schiaccio due lettere...». (Ride) 

Eppure ci ha appena annunciato che vorrà fare un podcast tutto suo...Più digitale di così!
«Beh certo, perché comunque sono incuriosito. Sarà un Lino Podcast (Ride). Ho già anche il titolo. Lo chiamerò Parlando con le stelle, ho depositato il titolo dopo che in Rai mi hanno dato il permesso, ora sto pensando alla sigla».

Nel docufilm parla anche dei suoi anni in seminario. Come sono stati?
«I miei mi hanno rinchiuso lì dentro dopo la guerra dicendomi che avrei dovuto studiare per diventare un avvocato o un prete. Mio zio Michele diceva che se fossi diventato prete avrei fatto anche il vescovo e forse il Papa. Per fortuna il vescovo che c’era allora a Bari che si chiamava Di Donna, un uomo in odore di santità, mi fece capire che il mio destino era un altro. Mi disse: vedi che qualsiasi ruolo ti tocchi, che sia san Pietro, Giuda o la passione di Gesù, la gente scoppia a ridere? Evidentemente il tuo destino è far ridere le persone. Aveva ragione lui».

Il prossimo sogno che vorrebbe realizzare?
«Le sembrerà strano. Vorrei essere il protagonista di uno spot delle Poste o delle Ferrovie... Non per il guadagno ma perché sono grandi aziende che rappresentano l’Italia. Perché Lino d’Italia è uno che dà fiducia e mi piace pensare che gli italiani possano tornare ad aver fiducia nel nostro Paese».