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"Non è la rai" compie 35 anni: ci manca la sua spensieratezza

Non è la Rai era un’emanazione diretta di Giandomenico (o come dicevan tutti, Gianni) Boncompagni, il quale come uomo aveva la caratteristica di essere l’incarnazione di un antibiotico, di quelli efficaci, contro i luoghi comuni
di Francesco Mattanalunedì 14 settembre 2026
"Non è la rai" compie 35 anni: ci manca la sua spensieratezza

4' di lettura

Non è la Rai era un’emanazione diretta di Giandomenico (o come dicevan tutti, Gianni) Boncompagni, il quale come uomo aveva la caratteristica di essere l’incarnazione di un antibiotico, di quelli efficaci, contro i luoghi comuni. Soleva affermare che la tv bisogna farla «presto e male», ma chi ha orecchie per intendere la sua ironia capisce che non c’era l’ombra della faciloneria nelle sue parole, bensì la matura contezza che chi fa televisione può macchiarsi di ogni colpa, fuorché la peggiore di tutte: il prendersi troppo sul serio. In tanti, tra coloro che fanno il suo stesso mestiere, si autoconvincono che col loro lavoro stiano contribuendo alla realizzazione della volta della Cappella Sistina, mentre Gianni l’Aretino aveva troppo riguardo verso l’eternità di Michelangelo per confonderla con la natura effimera del mezzo televisivo.

ESUBERANZA DEI CORPI
Sono trascorsi trentacinque anni da quel 9 settembre ’91 in cui avvenne la prima emissione di un programma che, all’epoca, catalizzò lo scontro dialettico tra favorevoli e contrari, e che tuttora si presta al dibattimento. Non è la Rai era il manifesto della voglia di spensieratezza giovanile; un invito, rivolto pure alla platea adulta, a sdraiarsi sopra una nuvola, convertendo il colore cinereo delle ambasce quotidiane nella policromia di tinte scintillanti che le ragazze, spontaneamente, riuscivano a donare. Un programma di questo tenore è inimmaginabile al giorno d’oggi, e questa è la riprova, ennesima, che le ubbie del politicamente corretto inalano aria insalubre.

Non era niente affatto, quel contenitore pomeridiano, una rassegna di belle statuine disarmate di fronte ai draghi pronte a divorarle dietro le quinte, bensì un luogo in cui le giovani esprimevano l’esuberanza dei corpi, ma prima ancora l’esuberanza degli spiriti. Nessuna di loro, lo rimarcava con la schiettezza solita l’ideatore, in assenza dell’impegno televisivo avrebbe letto assiduamente Proust, ma quel che dovrebbe mettere paura, allora come oggi, è un’adolescente che trascorre le proprie ore ricurva su sé stessa nell’analisi filologica di Dalla parte di Swann, invece che inseguire la gioia di vivere.
Boncompagni, e la sua fedele complice Irene Ghergo, erano i gonfalonieri di una visione del mondo libera che tuttavia prevedeva, al suo interno, ferree regole di convivenza, alle quali le ragazze dovevano attenersi. In quello che appariva come un piccolo nucleo sociale di piccole donne autoregolamentantesi, Ambra Angiolini si conquistò il ruolo della primadonna, mostrando una prontezza e una reattività che stonavano con l’immagine della bambolina radiocomandata con l’auricolare, e difatti tra lei e il suo mentore non c’era alcuna subordinazione: la faccenda dell’auricolare era una simpatica, molto goliardica, dimostrazione di affratellamento tra due persone che avevano una splendida sintonia. Lui poi si divertiva a farle dire cose buffissime tipo che, alle elezioni di lì a poco, Satana avrebbe votato per la sinistra e il Padreterno per Berlusconi, ma in un Paese come il nostro, pieno di comici ma povero di umoristi, in tanti non colsero la leggerezza calviniana di quella gag, il cui spirito peraltro era pienamente condiviso da Ambra, molto matura a dispetto della giovane età.


ALLE PRIME ARMI
I talenti venuti fuori dal programma sono tanti: Lucia, Sabrina, Alessia, Miriana, Pamela e le altre in quel contesto lì avevano solo il nome, erano “scognomate” come Corrado, ma poi il cognome se lo sono guadagnate eccome, conquistandosi la celebrità come Ocone, Impacciatore, Merz, Trevisan, Petrarolo. Ci voleva un po’ di improntitudine per qualificare delle signorine visibilmente in gamba come donne-oggetto, ma l’improntitudine alle latitudini nostre non manca, sicché ci fu, tra i vari scompigli, un otto marzo di studentesse femministe che, lancia in resta, marciarono contro le protagoniste dello show dirigendosi verso gli studi dove si trasmetteva il programma, e ci fu pure Vasco Rossi che dedicò al fenomeno il brano Delusa, con un finale però a tarallucci e vino perché il Blasco a Vota la voce si dichiarò loro estimatore, e la cosa si spense con un vicendevole abbraccio conciliatorio. Lieto fine che purtroppo non arrise alla giovanissima Marina Musti, venuta a mancare durante la seconda edizione per un incidente d’auto. Eppure lo spettacolo, anche quella volta, dovette proseguire. Con la consapevolezza nuova, da parte delle fanciulle in fiore (All’ombra delle fanciulle in fiore peraltro era il titolo inizialmente pensato da Boncompagni, per poi puntare su quel Non è la Rai che voleva dire tutto e non voleva dire niente, un meraviglioso significante in grado di reggersi in piedi benissimo senza l’urgenza di un significato), che in ogni giardino edenico, compreso l’Eden di Non è la Rai, il diavolo non manca mai. Un diavolo molto meno simpatico di quel diavoletto animato che interagiva allegramente con le ragazze durante la diretta lasciandosi trasportare, lui pure, dall’estasi elettronica di Please don’t go.