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Ballantini: "Trasformista per gioco vorrei tornare a fare satira in Tv"

di Francesco Mattanalunedì 5 ottobre 2026
Ballantini: "Trasformista per gioco vorrei tornare a fare satira in Tv"

6' di lettura

Una volta, quando le carte d’identità erano cartacee, per un caleidoscopio vivente come Dario Ballantini doveva essere un bell’impiccio indicare la professione, e allora la risolveva come De Gregori: per brevità si faceva registrare come “artista”. Magari poteva osare come Jannacci, che nel documento risultava come “fantasista”, ma più di tutte è la parola “matrioska” che, nel caso suo specifico, avrebbe dovuto stagliarsi alla voce mestiere. Chi più di lui, con la sua anima fatta a strati, si presta a un accostamento col concetto di matrioska. Peraltro Matrjoska era il titolo del programma mai andato in onda del suo mentore televisivo Antonio Ricci, per cui alla fine, nelle convergenze astrali che guidano la vita e l’arte, tutto torna.

Ballantini di recente ha reso pubbliche, tramite i canali social, le nuove caratterizzazioni di Cruciani e Ranucci, ed è un peccato che al momento non vi sia una dimora, come lo è stata Striscia, adibita a effondere con getto potente i suoi effluvi creativi. Se Dio vuole però ci sono i teatri, che ospiteranno nei mesi a venire gli spettacoli già ampiamente rodati Ballantini e Petrolini, Lo spettacolo di Ballantini–Conseguenze di 40 anni nei panni degli altri, Da Balla a Dalla, Le voci dei cantautori. E poi c’è, a Dio piacendo, la sua inesauribile attività come pittore; lo “spogliarello” dell’anima che mette in atto ogni qual volta imbraccia il pennello, con risultati conclamati a livello internazionale e riaffermati nelle mostre, recentissime, Giganti fragili ed Enigmi esistenziali, l’una allestita in terra umbra e l’altra sul litorale livornese, che lui ben conosce essendo nato in quelle adiacenze.

Dario, come fai a preparare spettacoli così diversi contemporaneamente?
«Nonostante i 62 anni che sto per compiere non siano un pranzo di gala, continuo ad avere la passione che è un carburante potentissimo. La forza fisica non mi deriva da un’attenzione eccessiva alla salute. Ciò che mi contraddistingue potremmo definirlo, forse un po’ retoricamente, il “fuoco sacro”».

Come pittore hai “flirtato” spesso con l’espressionismo. Cruciani, tua ultima “vittima”, è parecchio espressionista di suo...
«Cruciani rappresenta un espressionismo vivace e libertino. Gli stilemi comunicativi de La Zanzara sono molto distanti dai miei: nonostante sia originario di Livorno, città irriverente e adusa allo sberleffo, io sono un livornese atipico, che si discosta pure dallo spirito del Vernacoliere. Il video che avete visto di Cruciani è del maggio scorso, è stato mio figlio a insistere perché lo parodiassi. Anche il filmato di Ranucci risale a maggio, non erano venuti fuori ancora i polveroni estivi. Mi son detto lanciamo sul web pure lui, sebbene Crozza nel frattempo lo avesse preso già di mira. Crozza, comunque, lavora con uno stile non assimilabile al mio».

Sai cos’è che manca a questi nuovi gioiellini? Il potere onnipervasivo della televisione...
«Striscia mi ha accolto per molti anni, e devo tutto a Striscia. Posso dire però che, nonostante la riconoscenza stellare verso Ricci, una vera e propria collocazione che presentasse a 360 gradi questo Ballantini così “incatalogabile” ancora non c’è stata. Oggi come oggi poi, con una comunicazione sempre più improntata alla rapidità e all’interscambiabilità dei contenuti, è ancora più difficile. Mi piacerebbe, sì, avere un mio spazio come “cartolina satirica” all’interno di un talk politico; una cosa fatta a modo mio, diversa rispetto alle copertine di Luca e Paolo, che pure sono bravissimi».

Ti sei fatto un’idea sul futuro di Striscia?
«Striscia è stata l’equivalente dello squarcio nella tela bianca, ha insegnato al pubblico a osservare la realtà col binocolo del dubbio. Il dato di fatto però è che il mondo è cambiato radicalmente, e per venire incontro alla fruizione dei tempi moderni, bisognerebbe snaturare la natura stessa di Striscia, ciò che l’ha resa grande. Fossi in Antonio, prenderei in considerazione l’idea di “storicizzare” il programma, di realizzare dei monumentali lavori di montaggio per restituire, alla posterità, il lascito inestimabile della trasmissione. Operazione che lui ha già fatto, impeccabilmente, col suo Drive in».

A proposito: da ragazzo sognavi Drive in?
«Pensa che a diciotto anni facevo delle cosine nel programma di Corrado Ciao gente, e non ero per nulla al corrente che a pochi metri da lì si girava Drive in. Poi negli anni seguenti ho capito bene cosa fosse, sognando di entrarci e di conoscere Antonio, il deus ex machina. Il destino ha voluto poi che lo incrociassi come giurato che decretò la mia vittoria al concorso televisivo Star 90, ma il mio ingresso a Striscia è avvenuto grazie a una simpatica “stalkerizzazione” nei suoi confronti, condita di alcune astuzie. I primi anni ero lì ma non bucavo, finché gli venne l’intuizione di “buttare” le mie imitazioni in mezzo alla strada. L’incarnazione dello stilista Valentino, da cui la mia fortuna è scaturita, nacque per questa “precognizione” di Ricci: si era convinto, cocciutamente, che la mia svolta sarebbe avvenuta “on the road”».

Sgarbi, che ora sta molto male, è stato un tuo grande estimatore...
«Quattro anni fa, a Piacenza, disse tondo e chiaro che all’inizio pensava fossi un trasformista prestato alla pittura, ma poi ha capito che il trasformismo era un gioco, e sul serio facevo il pittore. Qualche anno prima mi descrisse come una via di mezzo tra Picasso e I Simpson. Io ho conosciuto solo il lato dolcissimo di Vittorio».

Veniamo alla “magnifica ossessione” per Lucio Dalla.
«Da ragazzo lo disegnavo ovunque, pensavo sempre a lui. Lo incontrai la prima volta a Mosca nei panni di Valentino, e mi fece dei complimenti lasciandomi a bocca aperta; la bocca si spalancò ulteriormente quel giorno in cui, incontratolo in treno, parlò bene dei miei quadri. Quando poi alla Triennale di Milano presentai il mio progetto Identità artefatte, fu l’apoteosi: mi fece la sorpresa di presentarsi e di improvvisare al piano le sue canzoni, mentre io dipingevo. Oltre a Lucio - che tra l’altro dentro casa teneva tre quadri miei - ci sono altri monumenti della musica che mi hanno voluto bene: Ruggeri al quale ho dipinto un disco, Fossati cui ho disegnato le scenografie di una tournée, Vasco che ha comperato un mio quadro. Mi piacerebbe confrontarmi con Paolo Conte. Chissà se la vita mi darà la splendida opportunità di incontrarlo de visu».

Una piccola “radiografia” dei tuoi tre figli.
«Ilaria è una bulimica di esperienze, un’esplosione di risorse difficilmente governabile anche per sé stessa, con un intuito potentissimo; Nedo è preciso come un orologio svizzero, nella sua vita appartata è un tipo molto profondo; Deleo è un cinefilo onnivoro, da Pasolini all’Uomo Ragno, che ora sta coltivando con grande profitto il talento registico».

Nadia Macchi, la tua agente, si lamenta dei tuoi vocali lunghi. Dovrebbe saperlo però che le tue “voci di dentro” non sono contenibili...
«Diciamolo, a lei e non solo, che in molti casi non si può essere sbrigativi, e che le cose vanno argomentate. Con Nadia c’è un grande legame. Ha assunto il compito di sostituire il mio agente storico Massimo Licinio, con il quale condividemmo un lungo percorso di amicizia, lavoro, interessi comuni. Negli ultimi anni tra noi era subentrata un po’ di stanchezza. Quando stavamo ritrovando un denominatore comune, purtroppo è venuto a mancare all’improvviso».

Manca solo la letteratura per completare il tuo ritratto da artista “onnivoro”, di matrice rinascimentale.
«A dirti la verità un memoriale l’ho scritto, ma per il momento prevale il pudore nel dire a me stesso a chi interesserà? Di certo in 45 anni di carriera è capitato di tutto. Mio nonno, che aveva il terribile rammarico di non avere sfondato come attore, già quando aveva 18 anni mi diceva che dovevo sempre rinnovare il repertorio. Ho cercato di prendere alla lettera il suo suggerimento».