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Bob Dylan in Italia detta legge: tre date, zero telefoni, niente hit

Chi è quel signore incappucciato, con la felpa stile pro-Pal che, ogni sera, alle nove precise, occupa il posto sul palcoscenico destinato a ospitare Bob Dylan nelle tappe europee del suo Rough and rowdy ways Tour?
di Paolo Macartisabato 31 ottobre 2026
Bob Dylan in Italia detta legge: tre date, zero telefoni, niente hit

3' di lettura

Chi è quel signore incappucciato, con la felpa stile pro-Pal che, ogni sera, alle nove precise, occupa il posto sul palcoscenico destinato a ospitare Bob Dylan nelle tappe europee del suo Rough and rowdy ways Tour? È un tecnico del suono? Un attrezzista? Un mal vestito operaio delle luci? Sorpresa, anzi sorpresissima: è lui, è proprio lui. Il menestrello di Duluth, il premio Nobel che porta a spasso per il mondo la propria fama di star anche a 85 anni. Non lo riconosce mai nessuno quando apre il concerto in tutte le città europee perché Dylan mica guarda il pubblico quando attacca: appare all’improvviso, imbraccia la chitarra e inizia lo show che lo vedrà impegnato per un’oretta e mezzo. Lo fa ogni sera senza neppure curarsi di salutare il pubblico perché mister Dylan è fatto così: è introverso e timido, scontrosetto e, forse, un tantino maleducato. Ma da sempre questo signore che ha segnato la musica del ventesimo secolo influenzando tutti, dai Beatles ai Rolling Stones, dagli U2 al nostro Francesco De Gregori, va preso così. A Oslo, nella prima tappa del tour europeo che lo porterà sui palchi di Milano (al Forum) lunedì 2 novembre. Di Roma (PalaEur) il 5 e di Bologna (Unipol Arena) il 7, sono state 19 le canzoni sciorinate da questo signore incappucciato, nessuna fra le più celebri: in scaletta niente Mr Tambourine man o Blowing in the ring, Desire o Like a Rolling Stone. Canta solo brani recuperati dopo decenni e cover a sorpresa, omaggi Randy Newman e a Guy Clark (e non a Frank Sinatra o Elvis Presley... ) imponendo alla band arrangiamenti tutti rimescolati, quasi a voler nascondersi ai fans. Sul palco, poi, niente maxischermo o luci stroboscopiche, figuriamoci laser ed effetti speciali: trionfa il minimalismo.

Lui toglie, sottrae, nasconde. Non mancano, però, le sue manie: anche al Forum sarà impossibile effettuare riprese audio o video dell’evento. Il divieto imposto da Dylan di utilizzare smartphone durante il concerto, regola ormai consolidata nei suoi show, restituisce alla musica un’imposizione unica e dylananiana. Ovvero: chi è al concerto potrà tenere impresso quel che ha visto e sentito ma soltanto nella propria mente. La scaletta di questo tour è una raccolta strana, un viaggio nell’anonimato seppure di lusso. Come a Oslo, anche negli show italiani il menestrello più famoso al mondo partirà con Be Alone With You e proseguirà con la cupa Man in the long black coat snocciolando via via Crash on the Levee (Down in the Flood) non eseguita da un ventennio sino ad alcune cover: I Can Tell di Bo Diddley, Share Your Love With Me di Bobby Bland e I’ll Make It All Up to You, già eseguita da Charlie Rich e Jerry Lee Lewis.

È un concerto che scalda parecchio i fans più accaniti, che vale perché si ascolta pur sempre un vero mito ma che costa anche: nei settori vip un biglietto viene 161 euro. E chi lo ha acquistato per risentire le canzoni che hanno cambiato la musica rischia di rimanere spiazzato. Anche prigioniero dei voleri di mister Dylan, l’uomo che vinse il Nobel per la letteratura e neppure si degnò di andare a ritirarlo. Le regole le impone lui: lunedì sera, e nei giorni seguenti a Roma e Bologna, si assisterà non alla consacrazione di un mito né, come detto, a brani capolavoro, bensì all’assoluta celebrazione di un mito che ama truccare tutto: se stesso, i brani, la musica con cui è diventato Dylan. Perché lui ama bluffare portando l’immaginazione (solo la propria) al potere, fregandosene di tutto e di tutti. Ma lui è Mr Bob Dylan.