Vi ricordate Lost? Correva l’anno 2004. La serie che ci ha tenuti incollati allo schermo aveva ingredienti potenti: un’isola, un mistero da scoprire, un gruppo di sopravvissuti. Per qualche stagione tutto è filato benissimo facendo il pieno di ascolti ma il successo imponeva di continuare, a tutti i costi e quel finale era talmente stiracchiato che ha deluso tutti. Lost ha aperto il vaso di Pandora e da quel momento in poi, con il contemporaneo moltiplicarsi delle piattaforme di streaming, la “fine” è diventata un tabù nelle produzioni tv.
Accadeva qualcosa di simile con The Walking Dead. La prima stagione con sei puntate al cardiopalma ha segnato vette altissime riscrivendo la narrazione apocalittica dei non-morti ma dopo tanto successo, perché dirsi addio? Oggi esistono sette titoli diversi nel cosiddetto Walking Dead Universe, tra spin-off e derivazioni di ogni sorta e quando un personaggio centrale come lo sceriffo Rick Grimes viene considerato morto, ecco che ritorna prontamente in una nuova serie, The Ones Who Live, come nulla fosse. Forse non aveva senso ma i produttori devono aver pensato che il personaggio non dovesse andare sprecato.
ETERNO RITORNO
Un altro caso emblematico è quello di Daredevil. La serie originale su Netflix chiusenel 2018 dopo tre stagioni, cancellata per controversie legate ai diritti. Sette anni dopo riappare su Disney+ con il titolo Daredevil: Rinascita che suona quasi come una dichiarazione di principio: The show must go on, purché qualcuno paghi i diritti. E quando il concept arriva a compimento? Breaking Bad chiuse con un finale perfetto e da molti viene considerata la serie cult di tutti i tempi... ma perché fermarsi? E se i personaggi non possono proprio tornare, possiamo rimettere mano al contesto, ed ecco Better Call Saul e la più recente Pluribus, entrambe con altissimo gradimento. Emblematico è il mondo creato da George R. R. Martin che parte con Il Trono diSpade – con una puntata finale decisamente pessima – ma a furor di popolo si moltiplica con House of the Dragon, seguito da A Knight of the Seven Kingdoms. Così facendo, ogni storia è solo un frammento di un universo che può essere esplorato e monetizzato all’infinito, intrecciando stirpe reali, bastardi, nani, principesse e draghi. Con Peaky Blinders andiamo oltre. Le sei stagioni costruiscono un ciclo compiuto attorno al meraviglioso Tommy Shelby (interpretato dal premio Oscar, Cillian Murphy), giungendo sino al film The Immortal Man (in programmazione su Netflix) con il quale si segna il passaggio di testimone, l’uscita di scena del padre a favore del figlio Duke (Barry Keoghan), il nuovo re degli zingari. Ecco, la fine non è più un punto d’arrivo, ma un punto di snodo. Non si scrivono più storie che devono concludersi, si costruiscono mondi che devono continuare.
CATARSI
Un altro esempio? Ciro Di Marzio muore alla fine della terza stagione di Gomorra con un finale scioccante; ma poi ritorna in scena come nulla fosse nella quinta stagione, del resto, il suo nome è l’Immortale. Dal teatro greco in poi, la narrazione si è fondata su un principio elementare: la fine deve dare un senso alla storia, una catarsi. Ma oggi quel principio si è incrinato. Come osserva il regista Davide Ferrario nel suo saggio, La fine della fine (Einaudi), lo streaming funziona come un supermercato: entri per vedere una cosa e ne esci con tutt’altro. Si parla di contenuti e ciò che conta, scrive Ferrario, è il flusso non la congruità di ciò che si mette in scena. O per dirlo in altre parole, l’importante non è arrivare alla fine, ma continuare a consumare, nutrendo l’algoritmo. Il punto è che questa logica non riguarda più solo fantasy, crime o apocalittiche. Vale per tutto, senza eccezioni. Grey’s Anatomy è approdato alla ventiduesima stagione rigenerando cast, amori e lutti come una soap in camice bianco; Mare Fuori, dopo l’esplosione iniziale, ha moltiplicato personaggi e linee narrative pur perdendo passo.
FELICI ECCEZIONI
Cambiano i contesti, non il meccanismo: quando una serie funziona, non la si accompagna verso una fine, la si tiene artificialmente in vita. E allora tutto resta aperto. I personaggi possono tornare, le storie riaprirsi, i finali diventare provvisori, fra flashback e colpi di scena in stile soap sudamericana. Eppure, le eccezioni esistono ancora. Teniamoci stretti titoli come Il Signore delle mosche (Sky), Portobello (HBO Max), La sua verità (Netflix): serie pensate per essere narrazioni compiute, autoconclusive. Ed è proprio per questo che restano. Perché una storia che finisce lascia un segno, mentre una che continua rischia di dissolversi. Il paradosso è tutto qui, oggi ciò che manca non è una nuova stagione. È un finale spettacolare.




