Non è finita finché non lo dice Marco Travaglio. L’ospitata del direttore del Fatto quotidiano a Otto e mezzo, su La7, ha fatto il giro della rete. Merito di Paolo Mieli e Italo Bocchino, che l’hanno incalzato. E merito, si fa per dire, di Travaglio che ad ammettere di aver calcato la mano sul caso della grazia a Nicole Minetti non ci pensa nemmeno. Figurarsi chiedere scusa. La Procura generale di Milano ha messo nero su bianco che il Fatto ha scritto falsità.
Tuttavia «le mie indagini dicono altro», spiega Travaglio. «Il caso è chiuso per quello che riguarda le competenze del presidente della Repubblica, del ministro della Giustizia e della procura generale di Milano, che hanno chiesto all’oste se il vino è buono e questo ha risposto che è ottimo. Non è chiuso per noi, che continueremo a lavorare su questa vicenda invereconda. Abbiamo intervistato testimoni che hanno smontato punto per punto il parere favorevole alla grazia dato a gennaio dalla procura generale di Milano. Può anche raccontare che gli asini volano, ma l’unica cosa che la Procura generale non può fare è accusare il Fatto di falso. È diffamazione: non hanno sentito le persone che abbiamo sentito noi. Quella cosa lì se la rimangiano e ci chiedono scusa altrimenti li denunciamo».
«Io non faccio mai nessun processo a nessuno, tantomeno a un altro giornalista, però andare avanti per partito preso non è un buon modo, hai capito?», lo contesta Bocchino. «Ci deve essere una volta che riconosci che il risultato di una sentenza o di una decisione al Capo dello Stato ti dà torto e fai il signore». «Vorrei vedere te, vorrei un po’ vedere se faresti pippa o se risponderesti», replica stizzito il direttore. «No, falsario non me lo prenderei - interviene Mieli -, però lascerei passare un giorno, dai. Si fa miglior figura... ma ti è mai capitato una volta di dire questa cosa dà torto a una tesi che io sostenevo e ne prendo atto, punto». «Se avevo torto sì - chiosa il direttore del Fatto -, in questo caso ho pubblicato un’intervista a una persona reale che la procura generale non ha voluto sentire perché contraddiceva quello che aveva deciso». «Io penso che qualcuno abbia pasticciato e uno deve chiedere scusa per i pasticci», taglia corto Bocchino. Invito che cade nel vuoto.




