Domenica 27 settembre, a partire dalle 21,25 su Rete 4, Mario Giordano riapre per la nona stagione, il suo studio e la trasmissione che più di altre ha rappresentato, nel corso degli anni, il nuovo corso della ex rete rosa del gruppo Mediaset, da ormai un decennio abbondante divenuta arena dell’approfondimento. Fuori dal coro, il programma condotto, notoriamente con molta enfasi e partecipazione, dall’ex direttore di Studio Aperto, rappresenta l’anima più popolare e verace della tv.
Persone che non si creano troppi problemi ad alzare i toni di qualche decibel ma poi sanno ripagare con molto affetto sincero che, ci ha detto Mario Giordano, è più forte di ogni altra critica. E proprio per questo, ci ha anticipato l’ex Grillo Parlante della televisione, quest’anno per l’anima popolare e autentica di Fuori dal coro, le persone comuni, ci sarà ancora più spazio. Sicurezza, malasanità, occupazione abusiva di case ma anche l’impatto sulla quotidianità di tutti dell’Intelligenza Artificiale. Questi i temi della prima puntata.
Direttore, come vivrà e racconterà Fuori dal coro la stagione che ci porterà alle nuove elezioni politiche?
«Come sempre, con l’occhio rivolto ai cittadini. E ai loro problemi».
L’Italia in questi cinque anni come è cambiata?
«È cambiata meno di quello che gli italiani avrebbero voluto. Nonostante gli sforzi, sui problemi più cari agli italiani, dalla sicurezza alla sanità, ci si aspettava un cambiamento più radicale».
Il critico Aldo Grasso ha coniato un neologismo: "retequattrismo" che dovrebbe significare tv populista e urlata. Molti pensano lei ne sia l'alfiere. Lo vive come un complimento o come un'offesa?
«Né un complimento né un'offesa. I critici fanno il loro mestiere (cioè criticare), noi il nostro. Quello che per me conta è l'affetto dei telespettatori. Sarebbe un problema il contrario».
Da giornalista "populista" secondo lei oggi la riforma, il cambiamento, la nuova legge che il popolo si aspetta più di altri?
«Sul fronte della sicurezza direi la possibilità alle forze dell’ordine di intervenire con più decisione. Non basta aumentare il loro numero (cosa importante, per altro), bisogna dare loro gli strumenti e la tranquillità perché possano operare al meglio».
E quali sono le voci “fuori dal coro” che ospiterà quest’anno?
«Ospiterò soprattutto voci di cittadini. Protagonisti dei fatti. Persone semplici che si sentono offese, abbandonate, private di diritti. Meno facce note e più cittadini comuni».
Potendo scegliere tra gli oggetti divenuti simbolo di rottura e cambiamento in politica, dal cappellino rosso di Trump alla motosega dell’argentino Miley, quale rappresenterebbe meglio lei e la sua trasmissione?
«Nessuno di questi oggetti. Preferisco un faro. Lo userei per illuminare le zone oscure del potere, soprattutto chi usa il potere non per aiutare ma per calpestare i cittadini».
Ha da poco compiuto 60 anni. Cosa l’ha resa più felice e cosa, se vuole dircelo, l’ha ferita di più?
«Mi feriscono le bugie che vengono raccontate, anche su di me. I preconcetti. Quelli che giudicano senza sapere. Poi mi rassereno con ciò che mi rende davvero felice: il sorriso dei miei tre nipotini».
Il concetto più usato/abusato del momento che, se potesse, sradicherebbe da giornali, tv e rete?
«Sradicherei il conformismo. La cappa del politicamente corretto. L’abuso del finto perbenismo. Tutto quello che mi fa sentire, davvero... fuori dal coro».
Un messaggio che vorrebbe inviare al suo pubblico più adulto e uno che vorrebbe lanciare ai più giovani all’inizio di questa nuova stagione.
«Agli adulti vorrei dire di non arrendersi, di non rassegnarsi. Tante volte sento dire: ma a cosa serve? Ecco: non è vero che non serve nulla. Indignarsi, arrabbiarsi, denunciare porta risultati. E comunque ci aiuta a rimanere noi stessi. Quindi vorrei dire agli scoraggiati: continuiamo a batterci, se non riusciremo a cambiare il mondo almeno faremo in modo che il mondo non cambi noi. Ai giovani vorrei dire: non smettete di sognare. E di puntare in alto».




