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Ferrari, le due fazioni: una guerra interna al Cavallino all'origine del disastro in Formula 1

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Sotto il cielo Ferrari si respira una cupa aria di oppressione. Tre Gp ed - eccezion fatta il fortunoso secondo posto di Charles Leclerc alla gara d'esordio - tre enormi disastri. Una macchina piantata, piloti demoralizzati, ad oggi quarta forza del mondiale, ossia una macchina da metà classifica. Ovvio, dunque, che a Maranello si rifletta su una repentina rivoluzione. Si parla del possibile siluramento di Mattia Binotto o di altri nomi pesanti del Cavallino. Staremo a vedere. Nel frattempo, il team principal della Ferrari forse esorcizza la sua stessa cacciata spiegando che "non è tagliando teste che si fa andare più veloce una macchina".

 

Ma quali sono le radici del disastro? Una tesi interessante è quella fornita da La Stampa, che ricostruisce gli ultimi anni della Ferrari in un appassionante retroscena. Si parla dell'ultimo decennio della rossa, dunque nel dettaglio dell'inizio del 2019, in cui saltò Maurizio Arrivabene: pieni poteri a Binotto, che iniziò a dare fiducia ai giovani e a chiedere fiducia a chi lo criticava. Insomma, lì inizia a polarizzarsi il team. Le cose sembravano ricomporsi ad agosto dell'anno scorso, quando la monoposto sembrava rinata: cinque pole consecutive, sospetti sul motore, indagine Fia poi l'accordo segreto che segna la nuova fine della Ferrari.

 

Ma non è soltanto il motore: anche l'aerodinamica è carente. Tanto che lo stesso Binotto ha detto chiaro e tondo che "dobbiamo rivedere il progetto e l'organizzazione". Ossia tutto. E insomma, nota il quotidiano torinese, "sembra di essere tornati ai primi anni 90, quando le dispute tra telaisti e motoristi a Maranello ricordavano le correnti di un partito politico stile Prima Repubblica". Insomma, una profonda spaccatura nel team che, questo il sospetto avanzato da La Stampa, oggi è tornato con prepotenza. E i risultati, pessimi, si vedono.

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