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Sinner, l'elogio dei politici assenti a Wimbledon

Alcaraz aveva il suo re, Sinner tutto il pubblico. E sapete cosa avrebbero detto se ci fosse stata Meloni?
di Pietro Senaldimartedì 15 luglio 2025
Sinner, l'elogio dei politici assenti a Wimbledon

3' di lettura

Per la serie i social sono in grado di rovinare tutto; e soprattutto, lo è la vasta parte becera degli utenti che usa internet come sfogatoio alle proprie frustrazioni. Capita che per la prima volta in 149 anni un italiano riesca a trionfare a Wimbledon, il più prestigioso torneo di tennis al mondo. Festa e tripudio nazionale per l’altoatesino Jannik Sinner. Educato e perfetto com’è, il campione si precipita a dichiarare di sentirsi «fiero di essere italiano» e che «l’Italia è un Paese che merita tanto».

Poi ringrazia tutti noi con il Tricolore in mano, perché gli diamo «la forza necessaria per continuare». Probabilmente il tennista dal pelo rosso avrebbe vinto anche se fosse lui solo uno Stato nazione, ma ci piace che abbia reso partecipi del suo trionfo personale noi tifosi al telecomando. Ciò detto, si rimarca che il solito popolo di odiatori in rete ha qualcosa di sgradevole da ridire, lezioni di morale spicciola da impartire. Scandalo, vergogna: a incitare Jannik dal vivo sul centrale c’erano solo l’ambasciatore italiano a Londra e consorte, mentre per applaudire lo sconfitto, l’iberico Carlos Alcaraz, si è scomodato addirittura il re di Spagna. Ci vanno pesante anche alcuni media. Il quotidiano di Bolzano, Dolomiti, denuncia un «vuoto istituzionale», e passi per il campanilismo. La Stampa, non si sa se per dovere di cronaca o per gusto di polemica antigovernativa, dà spazio attacca Giorgia Meloni, il ministro dello Sport, Andrea Abodi e il Coni per la «brutta figura» di un esecutivo che esalta il patriottismo ogni due per tre. Il sito di informazione Lettera 43 parla di «gaffe del governo e occasione persa».

Certo, non avrebbe stonato avere almeno un sottosegretario a Wimbledon, a portare consolazione in caso di sconfitta più che a infilare la faccia nelle foto della vittoria. Però, se gli altri schierano un re e tu non sei una monarchia, forse non sarebbe bastato; e se Giorgia Meloni fosse volata a Londra tra una minaccia di dazi e i Patriot da comprare per difenderci da Vladimir Putin, sarebbe stata crocifissa dagli stessi che oggi criticano la sua assenza.

Dieci anni fa, l’allora premier Matteo Renzi, si prese una montagna di critiche per essere volato a New York ad assistere alla finale degli Us Open tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Ma allora valeva la pena, perché comunque fosse andata, avrebbe vinto un’italiana. Domenica a Wimbledon invece era una scommessa: Alcaraz ci aveva già trionfato nelle ultime due edizioni e un mese fa aveva sconfitto Sinner a Parigi, nella finale del Roland Garros. Andare a Londra a tifare comportava il rischio concreto di vedersi attaccata, in caso di debacle, l’etichetta del menagramo, che in Italia è una condanna a vita; e a questo sport, c’è da scommetterci, non avrebbero partecipato solo gli odiosi odiatori di internet, ma anche qualche voce non bianca dell’opposizione. E allora, prendiamoci il lato buono della prudenza.

«Capita anche a un ministro di passare un giorno con i propri cari», ha svicolato Abodi. Per disinnescare le critiche, l’astuto ministro ha contrapposto al tifo sportivo l’unica cosa che in Italia conta di più di una palla che rotola: la famiglia. Ma a noi piace pensare che il governo non sia accorso in delegazione a Wimbledon non per schivare la possibile accusa di menare gramo, ma per discrezione, rara dote in politica, per non rubare a Jannik neppure un piccolo raggio di ribalta, per non attaccarsi medaglie non proprie. Nonché per rispetto del campione, che ha dimostrato più volte di non voler mischiare il tennis con altre minestre.

Sinner in passato ha rifiutato di fare la passerella ben remunerata al festival di Sanremo, poi nel febbraio scorso, all’indomani della sua vittoria in Australia, forse peccando di giovinezza, ha disertato la cerimonia di celebrazione dei trionfi tennistici organizzata al Quirinale. Avere un ministro che saltellava felice alle sue spalle, forse sarebbe stata la cosa che più lo avrebbe messo in difficoltà sul prato di Wimbledon.