A un mese di distanza dal deposito delle candidature (13 maggio) è già tutto chiaro: sarà Malagò contro Abete. Ora si apre la vera partita politica per arrivare al 22 giugno con la ragionevole consapevolezza di essere eletti a nuovo presidente della Federcalcio. In sintesi, Abete parte favorito perché chiederà (e otterrà) la presentazione della candidatura alla stessa Lega di cui è presidente, ovvero quella Dilettanti che, inspiegabilmente, detiene il 34% del peso elettorale, ma Malagò è un nome che piace a chi sta fuori dal Consiglio Federale (politica, governo, Coni di cui era presidente), cioè a tutte quelle componenti che non votano ma che possono esercitare la giusta pressione sugli altri elettori per convincerli a sostenere quello che, piaccia o non piaccia, di fatto sarà l’unico nome “esterno” al sistema calcio.
Nel podcast Sette Vite, Malagò ha spiegato che «è un unicum che un mondo famoso perla sua litigiosità in sei giorni sia arrivato a indicare un soggetto terzo con 19 società su 20».
L’esclusa è la Lazio di Lotito, che continua a invocare un commissariamento inattuabile. Malagò confessa la voglia di mettersi in gioco «in una sfida affascinante e complicata», consapevole che risollevare il calcio italiano dopo il successo di Milano-Cortina significherebbe chiudere la carriera in trionfo. Lunedì presenterà ai club di A il suo piano (articolato su tre pilastri: nuovo decreto crescita, proventi dal betting e defiscalizzazione), ma il messaggio è chiaro: è la Serie A a dovergli garantire l’elettorato («Dopo che una componente ti indica, bisogna parlare con le altre per capire cosa ne pensano»). Se così non sarà, il rischio è che Abete abbia la strada spianata verso il riciclo del riciclo, essendo stato il presidente dimissionario del post-disastro 2014, oltre che uno dei principali sponsor di Gravina.
Il commissariamento, dicevamo, non è un’opzione. Lo ha ribadito ieri per l’ennesima volta il presidente del Coni, Buonfiglio: «Con le regole e gli statuti attuali non posso commissariare. Altrimenti mi farebbero un ricorso al Tar e probabilmente andrei a casa io. Comunque più che i nomi, è importante conoscere il programma».
Identiche le dichiarazioni di ieri del Ministro dello Sport, Abodi, che invita le componenti alla collaborazione velatamente attorno a Malagò: «Il 98,7% dei voti ricevuti da Gravina alle ultime elezioni è la dimostrazione che non è la quantità di consenso che determina le cose, ma la qualità della collaborazione tra le componenti».
In tutto questo, la partita per la panchina della Nazionale dipende ovviamente da quella per la presidenza. A The Athletic, De Laurentiis ha di fatto avvertito Conte: se vuole diventare ct, deve comunicarglielo... ora. «Conte è un uomo molto serio. Se decide ora di voler andare, allora avrei tempo tra aprile e maggio per trovare un sostituto. Altrimenti, non credo abbandonerà, ucciderebbe la sua creatura». Più chiaro di così.
Nel frattempo, le quotazioni di Allegri salgono più per il sentore di rottura al Milan che non per una reale intenzione di Malagò o Abete. E, in sottofondo, Roberto Mancini vive una notte asiatica magica: batte ai rigori l’Al Hilal di Inzaghi agli ottavi della Champions asiatica e vince in contemporanea il titolo in Qatar grazie al ko dello Shamal. Una via per tenere viva la sua candidatura attraverso i risultati sul campo, e non solo vestendo i panni del pentito per l’addio alla Nazionale.




