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Mondiali 2026, il Congo dei ribelli vuole fare la storia

di Renato Bazzinimartedì 9 giugno 2026
Mondiali 2026, il Congo dei ribelli vuole fare la storia

3' di lettura

Negli Stati Uniti, i Leopardi ci andranno regolarmente nonostante i dubbi delle scorse settimane. Il via libera è arrivato, con Washington costretta a concedere un’eccezione alle rigide restrizioni sanitarie previste per l’epidemia di Ebola che sta colpendo il Paese africano (ma evitata dalla Nazionale con quarantena in Belgio). Il ritorno della Repubblica Democratica del Congo sul palcoscenico iridato salda un debito vecchio di mezzo secolo. L’unica traccia lasciata ai Mondiali risale a Germania ’74. All’epoca il Paese si chiamava Zaire e il padrone assoluto era il dittatore Mobutu. Per decenni, noi occidentali abbiamo sorriso guardando il filmato di Mwepu Ilunga che esce improvvisamente dalla barriera e calcia via il pallone prima di una punizione del Brasile, liquidando il gesto come comica ignoranza del regolamento. Una risata colpevole, la nostra: la realtà era che Mobutu aveva minacciato di morte i calciatori e le loro famiglie se avessero perso con più di tre gol di scarto. Quel tiro folle sul 3-0 non faceva ridere per niente, era disperato istinto di conservazione. Oggi il Congo riparte da lì, per riprendersi la dignità, prima di tutto.

RISORSE
Il Congo è una terra ricchissima di risorse minerarie ma devastata dai massacri armati nel Kivu, regione a est, nel totale disinteresse globale. I giocatori hanno deciso di non tacere: durante l’inno nazionale si coprono la bocca con una mano e puntano due dita alla tempia, mimando una pistola. Una ribellione che si incarna anche in una figura fuori dal campo. Si chiama Michel Kuka Mboladinga, ma tutti lo conoscono come “Lumumba”. Non gioca, non allena. È il tifoso diventato icona in Coppa d’Africa per la sua abitudine di restare in piedi immobile per novanta minuti, col braccio destro alzato, per onorare la memoria di Patrice Lumumba, lo storico leader indipendentista ucciso nel 1961. Ebbene, i calciatori hanno preteso la sua presenza in America. Il governo e la federazione si sono accollati volo, vitto e alloggio: ai Mondiali il Congo porta con sé la sua statua vivente, simbolo in carne e ossa della propria libertà.

Tutto questo fervore sociale è stato incanalato calcisticamente da Sebastien Desabre. Il tecnico francese ha preso un ambiente disorganizzato e ha imposto regole e ritmi da club europeo. Ha blindato la difesa, codificato le transizioni e riempito l’enorme impianto da ottantamila posti dello Stade des Martyrs di Kinshasa. Lì dentro, i congolesi hanno costruito il girone di qualificazione, spazzando via il Sudan e condannando un colosso come il Senegal ai sanguinosi ripescaggi. Il materiale umano a disposizione è di livello. A guidarlo c’è Chancel Mbemba, capitano e difensore roccioso, venerato a Kinshasa come Demi-Dieu (Semi-Dio), da sempre in Europa: Anderlecht, Newcastle, Porto, Marsiglia, Lilla. Di lui si ricorda anche un memorabile cortocircuito anagrafico che mandò in tilt la Fifa a inizio carriera, quando spuntarono ben quattro passaporti con date di nascita diverse.

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REDUCI
Insieme a lui ci sono reduci di vere e proprie fughe per la sopravvivenza, come l’ala velocissima Meschack Elia, che anni fa fece perdere le proprie tracce per sottrarsi ai ricatti di alcuni loschi dirigenti africani, chiedendo e ottenendo asilo politico in Svizzera (giocava nello Young Boys, ora è passato all’Alanyaspor in Turchia). E poi ci sono i senatori Arthur Masuaku e Cedric Bakambu, uniti alle bocche da fuoco Yoane Wissa del Newcastle e Simon Banza, ex Lens, Braga e Trabzonspor. Il tabellone li ha inseriti nel gruppo del Portogallo di Cristiano Ronaldo, della Colombia e dell’Uzbekistan di Cannavaro. Sulla carta partono un gradino sotto. Ma il vero traguardo, in fondo, l’hanno già tagliato prima ancora del calcio d’inizio. Essere lì, costringere le telecamere di tutto il pianeta a inquadrare quella mano davanti alla bocca e quelle due dita puntate alla tempia, vale molto più di un passaggio agli ottavi di finale. Questa squadra ha già vinto la sua partita obbligando il mondo a guardarla negli occhi.

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