"Purtroppo sono sempre stato molto anti-comunista". Intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, Fabio Capello usa lo stesso schema che l'ha reso uno degli allenatori più vincenti di sempre: va dritto al punto, senza troppi giri di parole.
Una formazione emotiva e politica legata alle sue origini friulane: "Bisiacco. È una piccola parte del Friuli, in provincia di Gorizia, fra l’Isonzo e il Timavo, il fiume che esce dal Carso". Terre aspre, particolarmente nel secondo Dopoguerra. L'ex allenatore di Milan, Juventus, Roma e Nazionale inglese è nato nel 1946, i titini jugoslavi erano arrivati anche lì: "Ho avuto compagni di scuola a cui il papà è stato portato via e infoibato. A mia moglie, quando ci siamo sposati, raccontavo delle foibe, e lei non capiva. Fino al 1994 non ne parlava nessuno".
Questo "perché nella cultura italiana c’era un’egemonia di sinistra che ha influenzato molto la narrazione. Erano storie che noi sapevamo, storie di confine. Poi la caduta della Prima Repubblica e la discesa in campo di Berlusconi hanno fatto crollare i muri".
L'essere fieramente anti-comunista non lo ha aiutato: "Non era facile esserlo, con il comunismo dall’altra parte della frontiera. Pensi che, due settimane dopo che sono nato, a Pieris presero a sassate il Giro d’Italia". Erano stati "manifestanti filo-jugoslavi. Non volevano che il Giro passasse da Trieste".
Capello però non è mai stato un estremista: ha votato "repubblicano, poi Berlusconi" e la Lega. Ha lavorato anche in Cina: "Per le riunioni tecniche avevo sei interpreti. Uno parlava spagnolo, uno inglese, due italiano... Uno era il mio interprete personale, e si rifiutava di fare da interprete per i giocatori, che ne avevano un altro. Alle riunioni con il presidente non volava una mosca e il vice era dietro di lui, sempre. È un mondo dove chi comanda lo fa in maniera molto dura. Un regime".




