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Facchin: "Como coltiva il talento e vuole aiutare il calcio italia"

di Fabrizio Biasinvenerdì 9 ottobre 2026
Facchin: "Como coltiva il talento e vuole aiutare il calcio italia"

4' di lettura

Buondì Davide (Facchin, responsabile Primavera, Under 18 e Under 17 del Como), la prima cosa che viene detta in maniera superficiale a chi lavora nel Como è «facile con i soldi». E allora mi accodo: anche nel settore giovanile... facile con i soldi.
«I soldi li hanno in molti... ma serve tanto altro per ottenere risultati».

Giusto. Nel vostro settore giovanile che tipo di evoluzione avete avuto?
«Quando sono arrivato tre anni fa ci arrangiavamo con i ragazzi del territorio e le seconde scelte dei grandi club. Nonostante le poche risorse e grazie all’ottimo lavoro di Giancarlo Centi, 6-7 giocatori sono arrivati al professionismo. Poi la proprietà ha deciso di investire e sono cambiati gli obiettivi: abbiamo iniziato a cercare le prime scelte e siamo diventati concorrenti di Milan, Inter, Atalanta... Non era facile competere, dovevamo trovare un modo per essere attrattivi».
Come ci siete riusciti? Con i soldi! «Da fuori si pensa che sia esclusivamente una questione di quattrini, ma non è così. Offriamo soprattutto un progetto, un calcio dominante e di qualità che permette ai ragazzi di esprimersi. È una filosofia che arriva direttamente da Cesc Fabregas. Investiamo molto anche nello sviluppo individuale: ogni giocatore viene seguito e supportato da diversi dipartimenti. I nostri ragazzi vivono un’esperienza molto simile a quella dei professionisti».

Si dice «il Como degli stranieri non fa il bene del calcio italiano», ma nelle Under siete zeppi di giovani talenti tricolori.
«È una richiesta precisa di Mirwan (Suwarso, presidente dei lariani ndr): vogliamo ragazzi italiani perché siamo un club italiano e dobbiamo costruire le nostre radici nel contesto nazionale. Il mercato interno è complicato, sia economicamente sia per la maggiore attrattività dei grandi club. Per questo cerchiamo di individuare i talenti in anticipo e li formiamo secondo la nostra filosofia».

...Con l’obiettivo di portarli in prima squadra... Un grande classico di tutti i club, ma la verità è che pochi ci riescono.
«Vero. Per quanto ci riguarda diamo più importanza alla compatibilità con la nostra idea di calcio che al valore assoluto. Un ragazzo può essere fortissimo ma non adatto a noi. Cerchiamo giocatori tecnici, intelligenti, capaci di dominare il possesso, di fare pressione e comprendere i concetti di spazio e tempo».
Mica facile... «Tutte le nostre squadre devono avere un’identità riconoscibile. Se giocassimo con una maglia bianca, chi ci guarda dovrebbe comunque capire che siamo il Como. Non imponiamo moduli agli allenatori, ma principi di gioco».

Quanto conta l’aspetto umano?
«Moltissimo. Valutiamo cinque parametri: tecnico, tattico, fisico, atletico e comportamentale. Abbiamo un dipartimento che analizza resilienza, leadership e predisposizione al lavoro di squadra. Se emerge una criticità, approfondiamo parlando con il ragazzo e la famiglia. Quando possibile utilizziamo anche dati e algoritmi, che ci offrono valutazioni oggettive».

Quanto conta vincere? Non dirmi che non vi interessa perché non ci credo.
«L’obiettivo è sviluppare i singoli. Tra i grandi vince la squadra, nel settore giovanile devono emergere gli individui. Questo non significa che vincere non conti, ma il risultato deve essere uno strumento di crescita, non un fine».

È per questo che nelle vostre squadre fate giocare tanti ragazzi “sotto età”?
«Un giocatore migliora quando incontra difficoltà. Se domina nella propria categoria, significa che è arrivato il momento di alzare il livello. Penso ad Albini, un terzino del 2009 che segnava praticamente in ogni partita: lo abbiamo portato in Primavera ed è diventato titolare. Contro il Bologna abbiamo schierato quattro 2009 in una categoria di 2007 e 2008. Per noi non conta l’età, ma il valore».

Uno dei problemi del calcio italiano è il passaggio dal vivaio al professionismo. Come affrontate questo ostacolo?
«Possiamo preparare i ragazzi fino ai 17, 18 o 19 anni, poi entra in gioco un sistema più ampio. Il nostro compito è formare giocatori di qualità: più sono bravi, più è facile costruire un percorso attraverso prestiti e accordi con altri club. L’Inter negli ultimi anni ha lavorato molto bene, formando tanti ragazzi che hanno trovato spazio in Serie A, B, C. Juve e Atalanta hanno anche il vantaggio delle seconde squadre».

Anche il Como vuole la sua Under 23?
«Dipenderà da quanti giocatori di valore riusciremo a formare nei prossimi due anni. Una seconda squadra non va creata perché va di moda, ma per necessità».

Nel frattempo ho visto che stanno aumentando i ragazzi del Como convocati nelle varie nazionali, Italia compresa.
«Nell’ultima sosta avevamo 18 convocati tra U17, 18 e 20, più uno infortunato. Otto erano nelle selezioni italiane, ma solo due erano già nazionali quando li abbiamo presi. Gli altri ci sono arrivati attraverso il nostro lavoro: significa che abbiamo individuato e valorizzato talenti ancora inespressi».

Fabregas vi osserva? Interviene?
«Cesc adora i giovani e spesso li fa allenare in prima squadra per conoscerli meglio. L’anno scorso, dopo due ko di fila della Primavera, ci ha chiesto se poteva parlare ai ragazzi. È stato un grande onore per noi, la riprova di quanto si senta coinvolto nell’intero progetto del club».

L’Italia ha un problema di “talento”?
No, non sono d’accordo. I giocatori bravi ci sono, siamo noi adulti a doverci interrogare su come li formiamo. In tanti club il settore giovanile è considerato un costo anziché una risorsa, troppo facile dare la colpa ai ragazzi se poi non li mettiamo nelle condizioni di crescere. Se paghi un tecnico 400 o 500 euro, inevitabilmente avrai un certo tipo di disponibilità».

...Facile con i soldi...
«È più probabile che un tecnico motivato faccia emergere il talento e crei valore. Non bastano i soldi: servono idee e il coraggio di coltivarle».