Signore e signori, ci siamo. O meglio, quasi. Anzi, per la precisione mancano cinque anni, un discreto numero di autorizzazioni, qualche migliaio di tonnellate di cemento e la tradizionale dose di polemiche milanesi. Ma intanto c’è il progetto, il nome e soprattutto ci sono le immagini. E bisogna ammetterlo: il nuovo stadio di Milan e Inter fa il suo effetto. Si chiamerà Generali Stadium, che forse non farà venire i brividi come San Siro, ma in compenso suggerisce una certa tranquillità in caso di grandine o mazzate tra ultras. Il colosso assicurativo si è aggiudicato i cosiddetti naming rights con un accordo tra i più importanti dello sport mondiale. Le cifre non sono state comunicate, ma si parla di oltre 650 milioni in 20/25 anni.
Dietro l’operazione ci sono RedBird e Oaktree, le proprietà dei due club, che per una volta hanno trovato un terreno comune senza bisogno di discutere di mercato, arbitri o derby (domani si gioca!). L’obiettivo è costruire un impianto all’avanguardia, capace di competere con i grandi stadi europei e, dettaglio non trascurabile, generare ricavi. Tanti, tantissimi. Perché il calcio moderno è sentimento, passione, appartenenza. Ma anche fatturato, soprattutto fatturato. Il progetto è firmato da Foster+Partners e Manica, con Lord Norman Foster e David Manica alla guida. Gente che di architettura se ne intende, tanto per capirci. La struttura sarà caratterizzata da giganteschi elementi a ics (ben 80), una copertura a doppia curvatura, una sorta di pedana su cui sarà poggiato e ingressi, per così dire, “a diamante”. Obiettivo: diventare un nuovo simbolo di Milano come il Duomo, la Madonnina, il Bosco Verticale, ma con la libertà di insultarsi, ovvio (del resto ormai capita anche in Duomo). I numeri sono importanti: 71.500 spettatori, due anelli, curve inclinate fino a 37 gradi tipo scalata al Mortirolo, altezza variabile con le curve che saranno più alte delle tribune. L’acustica sarà studiata per amplificare il tifo, il pubblico sarà più vicino al campo e la visibilità promette di essere eccellente. Insomma, un inferno per gli avversari, sempre che le squadre facciano il loro dovere (lo stadio si colorerà di rossonero o nerazzurro a seconda di chi scenderà in campo).
NON SOLO CALCIO
Non mancheranno hospitality, aree premium e servizi di ultima generazione, perché ormai allo stadio si deve poter fare praticamente tutto. Anche guardare la partita, volendo. La promessa, però, è quella di conservare l’anima popolare di San Siro, le sue curve, quell’atmosfera che nessun rendering, per quanto spettacolare, potrà mai garantire da solo. E poi ovviamente c’è tutto il resto. Il progetto comprende la riqualificazione di 281mila metri quadrati con verde, spazi pubblici, negozi, intrattenimento e luoghi di aggregazione. Un quartiere da vivere sette giorni su sette, non soltanto quando si gioca. Previsti anche pannelli fotovoltaici a strafottere, ventilazione naturale e soluzioni sostenibili. I concerti? Ovvio, anche quelli.
Il calendario, infine. Inizio dei lavori previsto nel 2028, prima partita nella stagione 2031/32, autorizzazioni permettendo. Precisazione doverosa, perché chiunque abbia seguito la vicenda del nuovo San Siro sa che tra annunciare uno stadio e costruirlo c’è di mezzo un campionato intero di ricorsi, discussioni, burocrazia, rotture di maroni. Di sicuro si tratta di un progetto ambizioso, affascinante e necessario per due società che vogliono continuare a frequentare l’élite del calcio europeo (previsti 60 milioni di ricavi all’anno per club, come minimo). Il tutto senza tradire l’atmosfera del vecchio San Siro, almeno nelle premesse che, però, non hanno convinto gli ultras. Quelli dell’Inter presenti al Castello Sforzesco hanno fatto sentire la loro voce («Giù le mani dal nostro stadio!») e masticano amaro alla sola idea di dover passare da Luci a San Siro a Generali dietro la Collinetta.




