Un ragazzo del 2003, uno della “generazione z”, quella cresciuta sui social network e col telefonino sempre in mano. Infatti, in un certo senso, è proprio la rete di internet che lo ha portati lì, sulla scaletta di un volo intercontinentale, scortato dagli agenti della Pubblica sicurezza sia a destra che a manca, fatto sedere su un volo diretto per il suo Paese d’origine, in Nordafrica, in una mattina di metà ottobre del 2026. Tra i tredici stranieri rimpatri venerdì scorso nell’ambito delle attività della direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, c’è anche questo ragazzino di 23 anni segnalato per terrorismo.
LA PROCEDURA
È la procedura, è la legge, è soprattutto che non c’è posto (non ci può essere) qui, in Italia, in Occidente, per chi non sta alle regole del vivere civile, per chi inneggia alla distruzione della nostra società o celebra i tagliagole islamici nei meandri di un www che, oramai, è alla portata di tutti. Un’operazione collettiva, quella delle scorse ore, monitorata dal garante per i diritti delle persone private della libertà personale (perché è giusto così, è la differenza tra uno Stato liberale e il caos di quelli che non lo riconoscono) e pienamente legittima: però anche ferma e risoluta, adesso basta.
Basta coi facinorosi che mettono a repentaglio la nostra sicurezza, che diffondono «sistematicamente sui social network contenuti ostili verso i Paesi occidentali e di incitamento alla violenza contro obiettivi e cittadini europei», basta coi prepotenti che mostrano «un marcato risentimento nei confronti dell’Europa» e del Paese che li sta ospitando (si limita a specificare una nota stampa della polizia che rende note le motivazioni che hanno portato all’allontanamento del 23enne). Lui, un ragazzino poco più che maggiorenne, con l’età giusto per andare all’università (e infatti pare sia entrato in Italia con un regolare visto per ragioni di studio a Trieste), stando ad alcune indiscrezioni avrebbe pure avuto un permesso di soggiorno valido in tasca, valido almeno fino all’atto del suo rinnovo, quando gli è stato revocato perché proprio non ce l’ha fatta, non ha saputo trattenersi dal diffondere on line contenuti contro Israele, a favore di Hamas, della “resistenza” del 7 ottobre. Avrebbe postato le immagini dei miliziani delle brigate Izz al-Din al-Qassam, che poi altro non sono che l’ala militare di Hamas, ammesso che Hamas possa disporre di un comparto “civile”, quelle coi mitra sempre puntati al cielo e la banda verde sulla fronte. Non gli è bastato, però: pochi mesi fa, era ancora estate, era luglio, sempre scrivendo dai suoi profili, se la sarebbe presa con gli arabi cristiani e avrebbe minacciato addirittura alcune istituzioni internazionali come il consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (che, tra l’altro, proprio accondiscendente nei confronti dello Stato ebraico non è mai stato).
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Niente, la permanenza di questo giovane nordafricano in Italia è finita qui. E che non si dica che c’è il diritto al dissenso (è chiaro che c’è, questo è un Paese democratico): ma un conto è pensarla diversamente da chi ti offre un tetto sopra la testa e un’aula in cui studiare, e un altro è glorificare un manipoli di terroristi e disprezzare il sistema liberale che ti ha appena accolto. Gli altri dodici stranieri rimpatriati in questa operazione avevano precedenti penali e di polizia per reati contro la persona e il patrimonio. Dall’inizio dell’anno sono stati oltre 6.800 i migranti irregolari rimpatriati nei propri territori d’origine.




