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Spagna, in carcere solo uno dei tre aggressori di Niccolò Ciatti: ucciso per una spinta

«Non sono esseri umani, sono delle bestie». Il padre di Niccolò Ciatti, il ragazzo 22enne di Scandicci (Firenze) morto dopo essere stato picchiato a sangue in una discoteca di Lloret de Mar, sulla Costa Brava spagnola, non si dà pace. Ha pure provato a vedere quel video che da una manciata di ore circola su internet: voleva capire, voleva farsi un' idea di che cosa fosse effettivamente successo. Nelle immagini diventate oramai virali compaiono chiaramente tre uomini che circondano Niccolò, sferrano calci e pugni con una violenza inaudita, lo riducono in fin di vita davanti a un nutrito gruppo di persone che resta impassibile. Il signor Ciatti non è arrivato alla fine, dopo qualche secondo ha fermato le immagini: quei fotogrammi sono difficili da digerire per chiunque, figuriamoci per un genitore che ha appena perso il proprio figlio in quel modo atroce. «Ne ho visto solo metà, non sono riuscito ad andare avanti», racconta. La voce ferma, quasi a volersi fare coraggio. «Ho provato a impedire a mia moglie di fare lo stesso, ma l' aveva già trovato. La cosa triste è che tutti sono stati a guardare impotenti, sarebbe bastato che qualcuno intervenisse, poteva risparmiagli quelle pedate sulla testa, quelle botte al cuore che me l' hanno ammazzato». È venerdì sera. Niccolò è con qualche amico nel dancing iberico St. Trop, sulla costa mediterranea, a pochi chilometri da Barcellona. Ride e scherza. Sta ballando in mezzo agli altri clienti del locale quando, probabilmente, un ragazzo che si dimena al suo fianco lo urta. Neanche il tempo di rendersene conto che scoppia un litigio, iniziano i primi spintoni. Alla rissa improvvisata si uniscono altri due, parto i pugni, pesanti. E i calci, alla testa. Niccolò è già sul pavimento quando gli arriva l' ultima pedata, fortissima, in pieno volto. Perde i sensi. «Sembravano esperti di arti marziali», spiega un compagno di viaggio. L' aggressione (brutale) dura qualche minuto. Poi in pista resta solo Niccolò, accasciato. Stremato. Agonizzante. Qualcuno chiama i soccorsi, l«ambulanza arriva a sirene spiegate: ma purtroppo c' è poco da fare. Il giovane toscano è in coma, i paramedici lo trasportano all' ospedale di Girona. È una corsa contro il tempo. Niccolò muore il giorno dopo. Adesso per quella vicenda sono stati tre russi - in realtà ceceni - di 20, 24 e 26 anni. Le telecamere di sorveglianza della discoteca hanno ripreso l' intero assalto e i poliziotti catalani hanno acquisito i filmati. Così li hanno immediatamente identificati e li hanno fermati sul lungomare a pochi passi dal luogo della tragedia. Quella furia inspiegabile di ganci e sinistri l' ha iniziata uno solo di loro, ma gli altri due non si sono di certo tirati indietro: in ogni caso, solo per il primo è stato poi confermato l' arresto. I tre in realtà vivono in Francia, dove avevano ottenuto asilo politico dopo essere fuggiti dalla Cecenia. Non è escluso che nel Paese caucasico facessero parte di una formazione paramilitare. L' autopsia chiarirà meglio la dinamica e le responsabilità. Nel frattempo resta tanto dolore. Quello dei famigliari, quello degli amici, quello dei conoscenti di questo ragazzo di Scandicci con i capelli corti e l' orecchino di cocco. Un sorriso simpatico, i jeans strappati, un metro e novanta per 80 chili: avrebbe potuto fare il modello. Invece è morto a Ferragosto ai bordi di una pista da ballo della Catalogna, pestato a sangue «che nemmeno i cani», ribadisce il padre. «Era il figlio che tutte le madri avrebbero desiderato» scoppia a piangere Rita, un' ortolana del Mercato Centrale di Firenze che gestisce un banco vicino a quello nel quale lavorava Niccolò. Sulla sua bancarella, ieri, c' erano solo alcuni mazzi di fiori bianchi e un cartello, appiccicato su una cassetta di frutta rovesciata: «Chiuso per lutto». Il San Trop oltre confine è stato chiuso per indicazione delle forze dell' ordine. Che le risse estive, in quelle discoteche in riva al mare della movida spagnola, siano quasi all' ordine del giorno è una magra consolazione. La Farnesina e il Consolato italiano di Barcellona seguono gli sviluppi del caso. La famiglia di Niccolò ha preso un volo subito dopo la chiamata, infausta, del Ministero degli Esteri. «È morto tra le nostre braccia - si sfogano, - lo hanno distrutto solo perché ha ricevuto una spinta, non aspettavano altro per massacrarlo: ha trovato queste tre persone che cercavano solo le botte. Paramilitari, non sappiamo che cosa siano. Sappiamo solo che lo hanno ammazzato come delle bestie». di Claudia Osmetti

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