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Complimenti per la trasmissione

Quella Casa di carta che racconta una storia d'acciaio

La serie spagnola di Netflix

7 Febbraio 2018

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La casa di carta

Scena da rapina

È ufficiale: la Spagna non è solo tapas, corrida e Almodovar.

Anzi, per lo spettatore di La casa di carta, serie Netflix sulla straordinaria rapina alla zecca di Stato di Madrid, i ricordi evocati, qui, sono i 7 uomini d’oro, film italianissimo, leggendario e stroboscopico del'65 di Marco Vicario; e Inside man il capolavoro di Spike Lee dove viene per la prima volta introdotto l’espediente dei rapinatori che fanno vestire gli ostaggi della banca come loro -in tuta arancione e maschera- giusto per cautelarsi dai cecchini dlla polizia. La Casa di carta è un thriller psicologico percorso da raffinatissimi meccanismi ad orologeria.

La storia è quella di un giovane, timido, fantomatico “Professore” (come il Philippe Leroy di 7 uomini d'oro, appunto) che arruola una banda di professionisti a ciascuno dei quali viene assegnato un compito, e il nome di una città: Berlino, Helsinki, Oslo, Denver, Mosca e Tokyo la sexyssima assassina che fa da voce narrante. Lo scopo, dopo un periodo di training, è quello di stampare e rubare 2,4 miliardi di euro, dopo aver occupato la zecca e giocato psicologocamente con gli ostaggi, gli inquirenti e, soprattutto, l’opinione pubblica stuzzicata dall'audacia della banda. I tipi umani che traboccano dalla serie sembrano scritti da Balzac, Conan Doyle Ken Loach a sei mani. Una sceneggiatura perfetta. C'è il capobanda psicopatico che pasteggia a champagne con pochi mesi di vita; ci sono un padre ladro provetto e un figlio che s’innamora di un ostaggio incinta; c’è il direttore di banca meschino e idiota e teso al suicidio; e c’è un duello psicologico tra il Professore e l'”ispettora” di polizia che vorrebbe negoziarne la resa, ma che è sistematicamente anticipata dai banditi grazie ad una microspia inserita negli occhiali di un collega. Tra l'altro il prof va a letto con la poliziotta che non sospetta minimamente l'identità di chi ha di fronte. Ah, c'è anche la nostra canzone partigiana, "Bella Ciao", cantata -in italiano- dai rapinatori come un inno, e vorrà pure dire qualcosa. Ogni puntata della Casa di carta è interpretata, in un montaggio alla Tarantino, nell'ottica di uno dei protagonisti. E, nonostante un colpo di scena che tuona ad ogni episodio, non ci sono morti ammazzati. Almeno finora. Dato che Netflix, con un approccio di rara spietatezza, ha tagliato il minutaggio dei singoli film, per farne una seconda serie. Di cui, ovviamente, non se ne ha traccia.

Da gustarsi in lingua originale (con sottotitoli). Ti viene voglia di gridare «Olè!» ad ogni inquadratura…

 

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Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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