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Il primo 11 Settembre dell'Era Trump, comandante in capo non riluttante

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Il primo 11 Settembre dell'Era Trump, comandante in capo non riluttante

Per Trump e’ stato il primo “11 Settembre” da presidente, e ha deciso di commemorarlo davanti al Pentagono, l’altro obiettivo centrato dai dirottatori di Osama Bin Laden dopo le Torri Gemelle . Ha onorato il sacrificio delle 3 mila vittime affermando che “sara’ fatta qualsiasi cosa che debba fare per tenere al sicuro la nostra gente”, e ha citato l’eroismo dei passeggeri del quarto aereo, che puntava probabilmente sulla Casa Bianca, o su Capitol Hill, sede del Congresso. Avendo saputo dell’attacco a New York, i passeggeri hanno scelto di morire ingaggiando uno scontro con i dirottatori allo scopo di far cadere l’aereo prima del target. E nella campagna in Pennsylvania, dove e’ poi precipitato, il vicepresidente Mike Pence ha fatto la sua commemorazione un’ora dopo Trump.
L’11 Settembre, per gli americani, e’ ancora vividamente il giorno che ha cambiato la storia. “Piu’ grave di Pearl Harbor”, ha detto Trump, perche’ l’atto barbarico e’ stato concepito contro i civili. E’ una scadenza che, anno dopo anno, sprigiona la stessa carica di patriottismo che genero’ allora, nelle ore e nei giorni successivi alla tragedia. Il momento che ha consacrato Ground Zero alla memoria degli americani e’ stata la visita, 3 giorni dopo, del presidente George W. Bush alle macerie delle Twin Towers. Con il microfono preso a prestito da un pompiere, salito sul cofano di un mezzo di soccorso, il neo eletto presidente, da meno di 8 mesi in carica, si trasformo’ in comandante in capo con una missione precisa, che non abbandono’ mai: fare la guerra al terrore, difendere la patria andando a colpire i nemici all’estero dov’erano, in Afghanistan protetti dai talebani.
Poi Bush, deposto il governo dei Talebani e avviato un esperimento di democrazia in Afghanistan che e’ ancora in svolgimento 16 anni dopo, decise l’intervento in Iraq convinto di eliminare il rischio che un altro tiranno islamico, Saddam Hussein, della stessa fazione sunnita di Bin Laden, usasse le sue armi di distruzioni di massa contro l’America. Saddam aveva invaso il Kuwait anni prima, e gassato la sua stessa popolazione sciita in Iraq. Bush baso’ la sua certezza dell’esistenza delle armi di distruzione di massa nell’arsenale di Saddam su rapporti dei servizi segreti americani, inglesi e francesi, che si rivelarono sbagliati dopo la deposizione del tiranno. Al tempo, tutti o quasi i leader politici Democratici in Congresso, da Hillary Clinton a John Kerry (Obama era senatore del suo Stato, l’Illinois, e non aveva voce in capitolo), erano d’accordo sulla pericolosita’ di Saddam e solidali con l’azione di Bush. Poi, e la storia la sappiamo, l’intervento in Iraq fu condannato da tutti, anche da Kerry e Clinton.
Per non parlare di Obama, che fece della sua opposizione alla “guerra al terrore di Bush ” l’asse della sua campagna del 2008 (ma in realta’ vinse per la crisi finanziaria culminata con il fallimento della Lehman Brothers due mesi prima del voto). Da comandante in capo, Obama punto’ per otto anni a “finire le due guerre di Bush”, cerco’ di chiudere Guantanamo, abbandono’ di fatto Bagdad al suo destino ritirando tutte le truppe USA e prese in giro la nascita e la crescita dell’ISIS chiamandoli una squadretta liceale. Si rifiuto’ di definire i militanti di Al Qaeda, e tutti quelli che negli anni successivi fecero stragi in mezzo mondo, anche in California e Florida, “terroristi islamici”.
Ma l’espandersi del morbo islamista, dall’ISIS in Siria e Iraq a Boko Haram e alle altre filiazioni di Al Qaeda in Africa, lo ha costretto a intervenire. E lui lo ha fatto da riluttante comandante in capo. Prima con la cacciata di Gheddafi, che ha causato il disastro politico-umanitario della Libia in pieno corso. Poi con la politica di appeasement a Damasco, che ha prodotto l’umiliazione della sua non risposta al superamento, da parte del presidente siriano Assad, della “linea rossa” dell’uso delle armi chimiche: invece di mandare i missili promessi per punire il tiranno, ha regalato a Putin il ruolo di “garante” in Siria, mentre la Russia e’ il principale alleato di Assad. Trump, che era un privato cittadino nel 2003, ricorda oggi che, al tempo, era stato contrario a Bush che interveniva in Iraq. Ha poi anche detto, in campagna elettorale, che da presidente avrebbe distrutto i terroristi ma senza fare guerre, e tantomeno senza impegnare gli Stati Uniti in costose operazioni senza fine di “costruzione delle democrazie”.
Dalla Casa Bianca, pero’, le cose si vedono poi con altri occhi, e ogni presidente mostra la propria vera anima.
Obama ha “dovuto” fare qualche intervento militare, ma lo ha condotto con la riserva mentale della sua ideologia di sinistra. Che e’ quella di chi pensa che gli USA, sotto sotto, sono imperialisti e che questa loro ‘malattia’ va curata con l’abdicazione al ruolo di paese leader nel mondo: con la sottomissione all’ONU, con la riduzione ai minimi termini dell’esercito, con lo smantellamento dell’arsenale nucleare.
Trump ha fatto il “nazionalista economico” per arrivare alla presidenza, ma sette mesi dopo ha cacciato Steve Bannon, che del “nazionalismo economico” era il profeta. E oggi ha come capo staff John Kelly, e come ministro della difesa James Mattis, due generali a 4 stelle che gli hanno fatto un corso accelerato di real-politik. Cosi’ Trump e’ ora tutto pro Nato e anti Putin, ha bombardato Assad per aver colpito con armi tossiche i suoi oppositori civili, ed e’ pronto a quanto si puo’, e si deve fare, per contrastare le minacce nucleari del pazzo Kim della Corea del Nord e dei bigotti sciiti di Teheran. In Afghanistan ha dato via libera ai generali USA: se li vogliono, avranno piu’ uomini per combattere i Talebani ed eliminare il risorgere di basi che possono attaccare gli Usa. Bush non voleva fare il Comandante di guerra, ma pensava all’educazione scolastica: infatti l’11 settembre 2001 era in Florida a leggere un libro ai bambini, e solo la volgarita’ intellettuale di un Michael Moore poteva poi irriderlo per essere in quell’aula nel momento in cui gli aerei entravano nelle Torri Gemelle.
Trump vuole creare posti e posti di lavoro, la sua prima missione. Ma ha anche preso sul serio il ruolo da Comandante in capo non riluttante: per fare “ancora grande l’America” bisogna prima, e soprattutto, “farla sempre piu’ sicura”. L’11 settembre e’ stata una occasione solenne per ripeterlo, ma la prova che Trump e’ serio nel sostenere la forza militare americana sta nella sua richiesta di oltre 650 miliardi di dollari per gestire il Pentagono nel prossimo anno fiscale 2018.

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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