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Finiscono i diktat

Tornare alla Lira si può
Bastano solo due anni

Lo Stato deve comunicare la scelta al Consiglio Ue: si apre così un negoziato per fissare le modalità del recesso per poi arrivare a un delibera approvata dall'Europarlamento

Tornare alla Lira si può
Bastano solo due anni

Nel 2001 e nel 2003 si discusse della possibilità di espellere o sospendere un Paese membro dell’Unione Europea o semplicemente lasciare la porta aperta perché qualcuno se ne  potesse andare. Anche in sede di Trattato di Lisbona, l’argomento riaffiorò, ma fu subito lasciato cadere. Si preferì optare per cavilli legali e burocratici con l’intento di rendere perenne e perpetua l’adesione alla Ue. In realtà non è proprio così. Anzi l’articolo 50 del trattato di Lisbona rappresenta la sola strada percorribile per chi voglia divorziare dalla moneta unica e dai vincoli comunitari. La procedura di addio impone alla nazione che vuole abbandonare l’Unione di comunicare la scelta al Consiglio. A questo punto si apre un negoziato che si dovrebbe chiudere con un accordo in grado di fissare  le modalità del recesso, con una delibera adottata a maggioranza dal Consiglio e approvata dall’Europarlamento. Si fa cenno anche alle tempistiche: ovvero dall’avvio della separazione passeranno due anni. A quel punto potrà consumarsi il divorzio. Nel frattempo, ovvero dall’entrata in vigore dell’accordo di recesso, i Trattati smettono di essere applicabili per lo Stato in questione. Stando alle interpretazioni non sembrerebbe possibile lasciare la moneta unica senza dire addio all’Unione. Ciò che è certo è che nessuna nazione può aderire all’Emu (European and Monetary Union) senza prima aver passato tutti gli esami per diventare membro Ue. 

Un interessante report di Credit Suisse del 2011 dal titolo «European Economics and Strategy» si chiedeva se sia possibile una uscita volontaria dall’euro da parte della Germania. Posto il fatto che si tratterebbe di una drastica inversione di rotta (l’euro è di fatto un progetto tedesco) all’inizio causerebbe ingenti perdite alle banche, fondi pensione e alle assicurazioni di Berlino. Gli asset allocati in Spagna, Grecia, Italia e Portogallo rappresentano il 31 per cento del Pil tedesco. Con una passività immediata del 13 per cento. Senza contare la perdita di liquidità che Berlino subirebbe non trovandosi più in una posizione di emettitore benchmark. Se poi la rottura dell’euro avvenisse in modo traumatico, ovvero senza un coordinamento da parte della banca centrale, il costo complessivo dell’operazione si aggirerebbe sempre secondo Credit Suisse sui 430 miliardi di euro, comprese le perdite dirette della Bce e le svalutazione di tutti gli investimenti nei Paesi oggi considerati periferici. 

Più recente, rispetto al paper, è la proposta dell’economista portoghese autore del bestseller «Perché dovremmo abbandonare l’euro», Joao Ferreira do Amaral. Ipotizza la creazione consensuale di un nuovo Sme. Gli Stati che lo desiderano annunciano, senza abbandonare l’euro, di tornare in una sorta di nuovo sistema monetario europeo, accettando però una banda di fluttuazione superiore al 15%:  a quel punto i bilanci delle banche dovranno tenere conto delle svalutazioni, ma scorporare il credito verso famiglie e imprese. Per evitare il cosiddetto credit crunch lo Stato potrà prestare moneta alle banche emettendola direttamente. Interverrà la Bce che, tramite uno strumento mensile di controllo delle fluttuazioni (crawling peg) e in caso concedendo direttamente denaro, impedirà che l’euro “nazionale” superi la percentuale di oscillazione concordata. A quel punto, dopo un anno o due, stabilizzata la valuta, il divorzio potrebbe avvenire senza troppi danni collaterali. La strada del nuovo Sme non avrebbe certo i costi di una rottura violenta, ma per percorrerla servirebbe una variante all’articolo 50. E visti i tempi della Commissione quanti anni dovremo attendere? Basti pensare che per scrivere il Trattato ne sono serviti nove.

 

di Claudio Antonelli

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Commenti all'articolo

  • Lanzarote

    26 Marzo 2014 - 11:11

    Più che uscire dall'euro, occorre confinarlo agli scambi internazionali, con una lira euroquivalente non convertibile. vedi www.effeelle.info

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  • apostrofo

    15 Febbraio 2014 - 01:01

    I media seguono molto poco il Giappone che recentemente, trovandosi in uno stallo smile al nostro,ma per sua fortuna non sottoposto ad unioni monetarie di sorta, ha deciso di stampare grandi quantità di yen facendo ripartire la domanda interna , il lavoro, le aziende, le vendite all'estero. Infatti con la svalutazione dello yen i prodotti nipponici sono diventati più competitivi nel mercato mondiale. Unico aspetto non positivo è l'acquisto di materie prime, ma la cosa si risolve praticamente con il maggiore utile ricavato dal forte aumento delle vendite dei suoi prodotti all'estero. E il made-in-Japan si vende. Noi non siamo capaci ?

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  • vfangelo

    30 Settembre 2013 - 11:11

    a chi si aspetta? ma vorrei anche capire il perché i prezzi sono aumentati tralasciando i prezzi lira Euro, cioè quello che costava 1000 lire doveva costare 50 centesimi circa di euro, chi ha abusato di questo, il cambio di moneta non avrebbe influito se tutti non avessero abusato dello smarrimento generale, ad iniziare dalla rai, che da 100.000 lire e passata ai 113 euro che 200.000 lire, dalle assicurazioni da 700.000 lire a 700 euro che sono 1.400.000 lire, senza contare che paghiamo la benzina a quasi 2 euro che sono quasi 3500 lire, col risultato che le persone camminano solo per necessità, con il problema dei ristoranti pizzerie le gite fuori porta, ecc. ecc. le tasche delle persone non sono un pozzo, i soldi ce li ha sottratti chi ha abusato in casa nostra, altro che studio, è chiarissimo chi sono le sanguisughe, tutti.

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  • imahfu

    08 Giugno 2013 - 11:11

    Braccio di ferro con la Merkel, mano di velluto con Minetti e Ruby.

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