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Paradossi

Pagati per fingere di lavorare:
ecco i tappabuchi della crisi...

Uffici e ristoranti restano vuoti. Con i figuranti si salva l'immagine

Pagati per fingere di lavorare:
ecco i tappabuchi della crisi...

Milanese, 31 anni, una buona esperienza di lavoro maturata nella segreteria di un importante gruppo della comunicazione multimediale, Laura è uno dei 3 milioni e rotti di italiani rimasti a piedi, senza lavoro. Una storia, purtroppo, come tante altre: tagliata dall’azienda per cui lavorava è da oltre un anno in quel limbo fatto di telefonate, colloqui alle agenzie per il lavoro e tanta disillusione. E proprio uno di questi «colloqui di orientamento» (così i definiscono gli addetti ai lavori) ha fruttato a Laura un impiego insperato anche se di brevissima durata. La telefonata, fin troppo gentile, di una addetta al call center dell’agenzia privata e la convocazione: un nostro cliente sta cercando alcune segretarie. Purtroppo la missione è breve. Anzi, brevissima: due mezze giornate. 

Meglio di niente - Ma è comunque meglio di niente. E poi, ritorni comunque in pista. Magari ti si apre uno spiraglio. Vediamo... Questo pensava Laura in una mattina di fine giugno, nel tragitto da casa propria all’agenzia di lavoro interinale. Appena arrivata capisce subito che si tratta di un impiego  irripetibile più che occasionale. Il contrattino che le fanno firmare - le agenzie fanno sempre le cose in regola  - è di quelli come ce ne sono migliaia: settore del commercio, mansione segretaria.   Ma c’è un ma. Le spiegano infatti che in realtà, l’azienda cliente non cerca proprio delle segretarie. Ma qualcosa di più specifico. Per l’esattezza, la ricerca parla di «figuranti lavorativi». Persone che fingano di lavorare, riempiendo  una scrivania rimasta vuota e animando un ufficio desertificato dalla crisi. Una società specializzata nell’intermediazione per il settore della moda sta trattando la chiusura di un importante contratto con un colosso cinese del settore. Import-export di confezioni, una dozzina di fabbriche sparse fra la provincia del Guandong, Hong Kong e il Vietnam. I cinesi, però, per firmare l’accordo vogliono venire in Italia, conoscere in faccia i loro interlocutori. E vedere come lavorano. Già… Appunto: come lavorano. Il problema è che la sede dell’impresa milanese è quasi deserta. Complice la stretta sui contratti a termine e un po’ di solidarietà, son più le scrivanie vuote di quelle occupate. In pratica due su tre sono deserte. Da qui la richiesta inconsueta: sei persone che fingano di fare la segretaria. 

Solo una recita - «Proprio così», racconta Laura più divertita che dispiaciuta, «ci hanno spiegato che da noi si aspettavano che fingessimo di essere occupate nei compiti che scandiscono la giornata degli impiegati: pacchi di fotocopie, dossier spostati da un ufficio all’altro e tante telefonate». Telefonate? «Si», conferma Laura, «i telefoni devono squillare ininterrottamente, e così noi ci chiamavamo l’un l’altra, chiedendoci di pratiche inesistenti e dando informazioni su dossier frutto della nostra fantasia. E poi dovevamo correre: da un ufficio all’altro e da un piano a quello superiore. E viceversa». Oltre ad avere le phyisique du rôle, vale a dire l’aspetto della segretaria, ammesso che si possa individuare una fisiognomica segretariale. Ma a Laura e alle colleghe occasionali è stato chiesto pure un abbigliamento specifico. Dovevano indossare, soprattutto, scarpe con i tacchi, più rumorose possibili: al primo piano, dove si svolgevano gli incontri con i cinesi si doveva sentire il calpestio delle «figuranti lavorative» al piano superiore. «Ci chiesero di fare rumore. Tanto rumore», conclude Laura, «e noi li abbiamo accontentati».

Appena 8 euro l’ora - Ultimo dettaglio, non trascurabile, la paga: «Otto euro lordi l’ora, in tutto meno di sessanta euro», dice la segretaria per finta con un filo di tristezza nella voce. Altra città, Roma, lavoro simile. Franco, 46 anni, ex venditore di successo in diversi autosaloni della capitale. Uno in gamba che ai tempi d’oro sarebbe riuscito a vendere un Suv a un ottantenne. Ora non fa nulla. O quasi. Anche lui è stato contattato da un’agenzia interinale con una richiesta simile a quella di Laura. Si trattava di fare il cliente in un ristorante della Capitale che ha appena riaperto dopo una lunga chiusura. I clienti (quelli veri) sono pochini e un locale semivuoto non attira di sicuro. «Dopo un rapido colloquio abbiamo preso servizio»; racconta Franco, «eravamo in 10 figuranti, di età fra i 30 e i 65 anni. Il nostro compito era di mangiare ma non troppo...».  Non troppo? «Sì, dovevamo simulare un pasto e in effetti le portate arrivavano, ma erano scarsine. E il vino che servivano i camerieri non era di qualità. Per lo meno non c’entrava nulla con quel che dicevano le etichette: Barolo, Brunello, Chianti. Non era Tavernello, ma poco ci mancava». 

La paga, però, non era malaccio: 15 euro netti l’ora. Trenta euro a sera, dunque, per sei giorni la settimana. «Purtroppo l’agenzia non mi ha più richiamato, dopo i primi sei giorni», confessa Franco, «Sarei tornato volentieri: alla fine ti pagavano per mangiare».

di Attilio Barbieri

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Commenti all'articolo

  • alvara

    05 Luglio 2013 - 10:10

    niente di nuovo. l'avevano inventato già i borboni con la famosa orinanza per la regia marina in caso di visita dell'ammiraglio: "facite ammuina"!

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