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Il film a Venezia

"La vita oscena": mille tentati suicidi per fare uno scrittore

Molti giornalisti erano in bilico, tra le proiezioni concomitanti di Ghesseha (Tales), della prestigiosa regista iraniana Banietemad, in concorso a Venezia 71, e La vita oscena, inserito nella sezione Orizzonti, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Aldo Nove e diretto da Renato De Maria, protagonista la consorte del regista, Isabella Ferrari. Alcuni hanno optato per il secondo, pensando che la Ferrari sarebbe stata impegnata nelle consuete scene al limite dell’hard, Moretti fu padrino, facendoli evadere per un’ora e mezzo dal tunnel nero della tristezza imboccato da questa Mostra con granitica scelta masochista.

E invece no, dalla padella nella brace, Isabella interpreta la madre del protagonista Andrea, destinata a morire di cancro, ma a sorpresa sarà battuta sul tempo dal marito, colpito da ictus mentre la poveretta ha chiesto invano miracoli e ha dovuto sottoporsi alla chemio. Alla conferenza stampa, Isabella spiega che voleva ad ogni costo essere quella madre. Si sa, quando è ripetitivo anche l’eros viene a noia, come i ravioli a pranzo e cena. Andrea (Clément Métayer) è un ragazzo sensibile e dolce, sino a quando la morte non gli porta via i genitori, lo vediamo in loro costante compagnia: scusate l’accostamento forse poco rispettoso, ma ricorda quei ragazzi morbosamente attaccati al nucleo, un po’ tipo famiglia Brambilla anni 50, o simil-figlia di Fantozzi.

In confronto ai genitori, è uno spilungone giuggiolone festante (come adolescente è un po’ fuori target e taglia), quando va con mammà in gita nei prati, si rotola con lei nell’erba (Edipo, se ci sei batti un colpo), e racconta con orgoglio (voce narrante di Fausto Paravidino), che lei era un’hippie, una figlia dei fiori, e quindi lui si considera un «nipotino dei fiori». Sic, da imporgli la rieducazione coatta di antico stampo sovietico. Eppure, sempre in conferenza stampa, di questo Clément si dicono meraviglie, un miracolo averlo trovato, mentre lui , cappello calcato in testa stile perduta nouvelle vague, si agita, se lo sfiorano sussulta sulle sedia, e compiendo uno sforzo, definisce il film «supercool». Ma quando va in corto circuito si trova davvero a suo agio, dà subito il meglio della sua recitazione: tra alcool e droghe si muove con la stessa disinvoltura e abilità di cui è capace mentre percorre le metropoli (Milano, dove lo ha fatto arrivare il prof di italiano) a bordo del suo skateboard. Non accetta il duplice lutto, vuole morire, salta in aria causa esplosione bombola del gas, ma gli va buca, si salva, elegante con bende total blu (lo avete mai visto com’è conciato davvero un grande ustionato?), in sintonia gli occhi fiordaliso dell’infermiera.

Dribbla anche il tentativo di autoimpiccagione, e una pista di cocaina (diciassette grammi!) che farebbe esplodere un dinosauro. Un’ improvvisa ossessione erotica lo riporta alla voglia di vivere: lavora, studia, diventa poeta e scrittore di successo. Roba da andare in pellegrinaggio di ringraziamento. Alcuni si sparano e fanno subito centro.

di Bruna Magi

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