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ACBC inaugura a Milano Innovation Hub: l’innovazione diventa servizio integrato
venerdì 22 maggio 2026

ACBC inaugura a Milano Innovation Hub: l’innovazione diventa servizio integrato

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Daniela MastromatteiDaniela Mastromattei è caposervizio di Libero dove si occupa di attualità, moda e costume, adesso anche "in prestito" alla politica. Ha cominciato a fare la giornalista al quotidiano Il Messaggero, dopo un periodo a Mediaset ha preferito tornare alla carta stampata
5' di lettura

A Milano, in via Signorelli, apre un luogo che racconta molto più del futuro dell’industria di quanto facciano certi convegni pieni di slogan e parole alla moda. Si chiama Innovation Hub ed è il nuovo spazio operativo di ACBC: 400 metri quadrati dove l’innovazione smette di essere teoria e prova a diventare sistema produttivo reale. Perché il punto, oggi, è esattamente questo: tutti parlano di cambiamento, ma quasi nessuno sa come trasformarlo in qualcosa di concreto, applicabile e sostenibile anche dal punto di vista economico.
E allora il progetto guidato da Edoardo Iannuzzi e dal CEO Gio Giacobbe prova a fare una cosa semplice e insieme rivoluzionaria: riportare l’innovazione dentro l’economia reale. Non più soltanto consulenza, ma una piattaforma capace di accompagnare aziende e brand lungo tutta la filiera: materiali, design, produzione, tracciabilità, comunicazione e persino fine vita del prodotto. In pratica, un approccio che sostituisce la narrativa con l’efficienza.
Il cuore del sistema è un database con oltre 3.800 materiali e circa 200 realtà tra startup, innovatori e multinazionali monitorate tra Asia, Europa e Stati Uniti. Un osservatorio permanente sull’evoluzione della manifattura e dei processi industriali, con un dettaglio che fa la differenza: qui le soluzioni non vengono scelte perché seguono una tendenza, ma perché funzionano davvero, reggono industrialmente e hanno un senso economico.
Ne parliamo con Edoardo Iannuzzi, Co-Founder & Chief of Innovation di ACBC.

Che novità rappresenta l'Innovation Hub?

Quattrocento metri quadrati in Via Signorelli a Milano, ma pensarlo solo come uno spazio fisico sarebbe riduttivo. L'Innovation Hub è soprattutto un metodo: un modo per portare i brand della moda dentro un mondo — quello della ricerca e sviluppo — in cui storicamente non hanno mai investito, affidandosi sempre e comunque ai fornitori. Qui invece i clienti possono valutare materiali, soluzioni di design e strategie di fine vita dei prodotti attraverso criteri oggettivi: tecnici, economici e ambientali insieme, non separati come accade di solito. Il team di ACBC monitora costantemente cosa offre il mercato e, soprattutto, cosa manca — anticipando i bisogni che i nuovi regolamenti europei renderanno urgenti. Quando un gap tecnologico viene identificato, un comitato scientifico decide se vale la pena sviluppare una tecnologia proprietaria. È un approccio che nel fashion è ancora raro: trasformare l'innovazione da intuizione a scelta basata su dati.

Che tecnologie e materiali ritieni più promettenti per il settore moda?

ACBC lavora su tre livelli di innovazione. Il primo raccoglie materiali già certificati e disponibili. Il secondo — quello più interessante nel breve periodo — parte da questi materiali e li adatta a esigenze specifiche di qualità, estetica e performance ambientale. È qui che si trovano alcune delle soluzioni più concrete: alternative alla pelle ottenute da materiali riciclati e rinnovabili, con un tatto e un aspetto che reggono il confronto con il lusso tradizionale; sostituti delle schiume in poliuretano — onnipresenti nelle suole e nelle imbottiture — completamente compostabili e senza rilascio di microplastiche; e alternative alla gomma con oltre l'80% di contenuto bio-based e prestazioni tecniche addirittura superiori all'originale. Il terzo livello è quello dei brevetti propri. Su tutti spicca Everloop, atteso per il primo trimestre del 2027: una tecnologia che consente di sciogliere prodotti complessi come scarpe e borse — oggi praticamente impossibili da riciclare — in un granulo il cui valore di mercato supera i costi di lavorazione. Circolarità vera, non dichiarata.

Oggi molti brand parlano di sostenibilità ma spesso manca l'execution. Qual è l'errore più frequente?

L'errore più diffuso è concentrarsi sul materiale in ingresso senza pensare a cosa succederà al prodotto quando la vita utile finisce. Ventidue miliardi di paia di scarpe finiscono in discarica ogni anno non perché manchino le tecnologie per riciclarle, ma perché nessuno ha progettato la scarpa pensando al riciclo. Quando arrivi alla fine del ciclo di vita con un prodotto costruito senza quel criterio, il riciclo diventa economicamente insostenibile e quindi non si fa. La sostenibilità non si applica a posteriori: va messa dentro il progetto dall'inizio. Il secondo problema è più sottile: anche quando la volontà c'è, spesso manca il metodo per scegliere l'innovazione giusta per una specifica applicazione. Si finisce per decidere per inerzia o per rapporto personale con il fornitore, non su base tecnica.

Si parla molto di AI: dove vedete le applicazioni più concrete lungo la filiera?

L'applicazione più immediata è nella gestione del database di materiali: ACBC ne cataloga oltre 3.800, ognuno con caratteristiche tecniche, economiche, ambientali e sensoriali. Interrogare e aggiornare una simile mole di dati è un caso d'uso naturale per sistemi di intelligenza artificiale applicati alla ricerca e alla raccomandazione. Un secondo ambito riguarda la capacità predittiva: anticipare quali gap si apriranno tra ciò che la supply chain sa produrre e ciò che i regolamenti europei richiederanno a breve. È un vantaggio competitivo che oggi dipende dall'esperienza umana, ma che modelli addestrati su dati normativi e di filiera potrebbero rendere più sistematico. Infine c'è la tracciabilità: il cosiddetto passaporto digitale del prodotto, già previsto da alcune normative UE, è il terreno più maturo per l'AI applicata alla supply chain, in sinergia con blockchain e sistemi di verifica dell'origine dei materiali.

Quanto pesa ancora il tema dei costi nell'adozione dei materiali innovativi?

Pesa, ma meno di quanto si pensi — e spesso il problema è come si calcola il costo, non il costo in sé. ACBC parte dal principio che un'innovazione che non sta dentro i target economici del mercato semplicemente non è un'innovazione praticabile. Per questo ogni soluzione presentata all'Innovation Hub viene accompagnata da KPI chiari che permettono ai brand di confrontare il delta di costo con il beneficio reale, uscendo dalla logica del "costa di più, quindi no." Il caso più eloquente è ancora Everloop: il vero motivo per cui miliardi di scarpe finiscono in discarica non è tecnico, è che riciclarle oggi costa più di quanto produca. Everloop è progettata per ribaltare questa equazione — trasformando quello che oggi è un costo di smaltimento in un valore recuperabile stimato intorno ai 4 euro al chilo. Su scala globale, si parla di decine di miliardi di euro l'anno. È la dimostrazione che il prezzo dell'innovazione non è un dato fisso: dipende da come la si progetta.

Nella foto in alto da sinistra Gio Giacobbe Ceo and Co-Founder ACBC; Edoardo Iannuzzi, Co-Founder & Chief of Innovation di ACBC