La prima storia dell'arte contemporanea in forma di romanzo l'ha scritta Nicolas Ballario con l'obiettivo dichiarato di toglierle quell’aura da club esclusivo che si porta dietro e che la fa essere respingente per chi non fa parte del suo mondo. Il libro si intitola "Come un cavallo appeso al soffitto" (Mondadori) e racconta le fatiche di un giovane giornalista precario, spedito dalla rivista Controcampo a seguire gli allestimenti della Biennale di Venezia. Ovviamente, essendo un romanzo, la Biennale raccontata è immaginaria, gli episodi sono verosimili, alcuni incontri impossibili. Gli artisti invece sono reali, così come le opere di cui parla, con il risultato che Ballario racconta il Novecento e l'arte di oggi senza la pesantezza di un saggio e senza seguire la cronologia di un manuale.
Il protagonista, che non ha un nome, dorme in una stanza squallida a Mestre e si imbuca agli opening con un badge intestato a Maurizio Cattelan. Per ripicca verso il mondo che attraversa come uno sgangherato David Foster Wallace, apre un profilo Instagram dal nome inequivocabile, Cucù, dove svela scoop, scandali e pettegolezzi. Il libro comincia all’alba, a pochi giorni dall’apertura, con lo stesso Cattelan bloccato in un piazzale nel tentativo di far scendere un asino vero da un furgoncino. Da lì inizia una storia in cui gli artisti si presentano nelle situazioni più improbabili. Una turista inglese finisce nel Vantablack di Anish Kapoor, un nero così profondo da rendere difficile distinguere la superficie sulla quale viene applicato. L'incidente ha un precedente reale, ripreso e trasformato da Ballario per il romanzo. Un altro incontro, quello del protagonista con Yoko Ono, è ispirato a come l'artista conobbe John Lennon nel 1966. Ha fatto qualcosa di simile con Loredana Bertè e Madonna. In un'intervista la cantante italiana raccontava che Madonna le aveva rubato un giubbotto; nel romanzo Bertè glielo presta e la popstar americana se lo tiene. Il giovane cronista assiste anche a un improbabile dialogo tra Mark Rothko e Michelangelo Antonioni. Ma non solo. Nella Biennale immaginaria di Ballario compaiono anche Louise Bourgeois, Damien Hirst, Cindy Sherman, Robert Mapplethorpe e Andy Warhol, passano Miuccia Prada e David Byrne, leader dei Talking Heads.
Nel romanzo, poi, ci sono anche personaggi che vengono fuori assemblando il peggio di persone reali. È il caso del capo del protagonista, tossico per vocazione, che approfitta della propria posizione per ottenere favori e va in giro a raccontare di essere un grande amico di Cattelan. Durante un incontro pubblico va incontro al noto artista e gli stringe la mano. «Piacere, Maurizio», si sente rispondere. La figuraccia è successa davvero: l'autore era presente e non ha potuto fare a meno di scriverla. Del resto Ballario - giornalista, divulgatore e curatore - conosce bene questo mondo dove esistono parecchi individui così, che attaccano gli altri per tornaconto e non perché abbiano una posizione critica, mossi da pettegolezzo, frustrazione e dalla convinzione che parlar male del vicino faccia apparire più intelligenti.
Addio a Toscani, una vita di immagini tra provocazioni e colpi di genialità
«Sono un fotografo, non un artista». Lo sottolinea spesso, anzi sempre, infastidito dalle regole conformiste...Anche qualcosa dell'autore, ovviamente, è finito nel libro. Nato a Saluzzo nel 1984, cresciuto in una famiglia operaia, Ballario ha studiato fotografia e a ventidue anni ha cominciato a lavorare con Oliviero Toscani. Al protagonista del romanzo ha prestato alcune difficoltà economiche e il desiderio di farsi strada in un ambiente che, da fuori, sembrava irraggiungibile. Anche Cucù viene dalla sua esperienza: era il nome di un'iniziativa di Toscani ed Elio Fiorucci, riutilizzato con il permesso del fotografo. Il cavallo del titolo rimanda a "Novecento" di Cattelan, l'animale tassidermizzato sospeso al soffitto, mentre l'immagine di copertina capovolta anticipa il gusto dell'autore per il paradosso. Davanti a un'opera del genere si può restare perplessi, discutere, perfino irritarsi. Per conoscerla, però, occorre almeno concederle il tempo di uno sguardo.
Ed è proprio questo l'obiettivo del romanzo: avvicinare all'arte contemporanea persone che abitualmente la evitano. Nicolas Ballario spera che chi leggerà "Come un cavallo appeso al soffitto" capisca che l’arte contemporanea non ha niente di incomprensibile e magari, dopo averlo finito, senta la curiosità (se non il bisogno) di andare a cercare chi è Rothko, Hirst o Cindy Sherman.
Venerdì 6 novembre a Palazzo Bonaparte a Roma
Nicolas Ballario presenta "Come un cavallo appeso al soffitto"
insieme a Costantino D’Orazio, Michela Giraud, Maria Onori, Rancore e Iole Siena





