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Bambini e cellulare. L'allarme dello psicoterapeuta: "Quando lo schermo ruba lo sguardo del genitore"
venerdì 21 agosto 2026

Bambini e cellulare. L'allarme dello psicoterapeuta: "Quando lo schermo ruba lo sguardo del genitore"

Paola Natali
4' di lettura

Un bambino che gioca, mangia, ride o semplicemente cresce davanti a una telecamera. Dall’altra parte dello schermo, migliaia di persone guardano, commentano e mettono un like. Quello che un tempo apparteneva esclusivamente alla sfera privata della famiglia oggi può diventare contenuto, e quel contenuto può trasformarsi in un lavoro, in una collaborazione commerciale, persino in una fonte di reddito. È il fenomeno delle mamme e dei papà influencer, sempre più presenti sui social network. Un’attività che, in alcuni casi, porta a trasformare la quotidianità familiare in una vera e propria professione. Ma cosa accade quando, al centro di quella narrazione, finiscono i figli? Su Instagram e TikTok sono sempre più numerosi i genitori che raccontano la propria vita familiare, mostrando quotidianamente momenti della crescita dei figli. Ed è proprio quando l’infanzia entra stabilmente nella narrazione digitale della famiglia che nasce una domanda: cosa succede a un bambino quando la sua vita diventa contenuto? Per provare a rispondere a questa domanda abbiamo parlato con il dottor Michelangelo Luperini, medico e psicoterapeuta esperto di dipendenze e psicopatologia legate ai social media.

Il termine utilizzato per descrivere questo fenomeno è “momfluence”: una forma di maternità raccontata e costruita attraverso i social, nella quale il bambino può finire per diventare una componente centrale del contenuto e, di conseguenza, del brand personale del genitore. Luperini mette innanzitutto in guardia dall’eccessiva esposizione dei bambini agli schermi. «I bambini che passano gran parte del tempo con un telefono in mano – non per un gioco scelto da loro, ma perché vengono messi davanti allo schermo come accessorio del brand materno – rischiano di perdere opportunità fondamentali di crescita». Il problema, secondo lo psicoterapeuta, non riguarda soltanto il numero di ore trascorse davanti a uno smartphone o a un tablet, ma soprattutto ciò che viene sottratto a quelle ore: relazione, gioco, comunicazione e interazione con gli adulti.

«Quando un bambino viene utilizzato come contenuto e, contemporaneamente, trascorre più tempo davanti allo schermo che a interagire realmente, l’apprendimento sociale e la dimensione emotiva possono risentirne. L’interazione costruisce il linguaggio, la comprensione e la capacità di regolare le emozioni». Ed è proprio qui che il fenomeno del momfluence assume una dimensione diversa. Non si tratta più soltanto di una questione legata alla privacy delle immagini pubblicate online, ma del rischio che la quotidianità del bambino venga progressivamente organizzata intorno alla produzione di contenuti. «L’immagine perfetta va in diretta: il bambino viene ripreso mentre gioca o mangia, magari con il telefono a disposizione. Tutto viene raccontato, sponsorizzato, condiviso. Il bambino rischia così di diventare parte del brand e del contenuto, anziché essere considerato innanzitutto come soggetto di cura».

Secondo Luperini, le conseguenze possono essere concrete. «La prima riguarda la riduzione dell’interazione. Se il bambino è davanti allo schermo oppure viene coinvolto continuamente come oggetto di video, perde tempo prezioso di gioco spontaneo, di dialogo reale e di relazione senza telefono con mamma e papà». Ma c’è anche un secondo aspetto, forse ancora più sottile: la costruzione dell’immagine del bambino davanti a un pubblico. «Quando il piccolo è “in scena” – osserva Luperini – può esserci una pressione implicita a essere carino, presentabile, sempre attivo per il social. Questo può interferire con il diritto a essere semplicemente bambino: sbagliare, annoiarsi, cambiare umore, non essere sempre spettacolo». È il confine tra vita reale e rappresentazione digitale a diventare, dunque, particolarmente delicato. Il bambino non sceglie di diventare influencer. Non decide quali fotografie della propria infanzia saranno pubblicate, chi le vedrà e per quanto tempo resteranno online. E soprattutto non può prevedere come quelle immagini potranno essere percepite o utilizzate anni dopo.

«Usare un bambino come mezzo per ottenere like e follower non è un innocuo “brand famiglia” – sottolinea Luperini – perché rischia di privarlo di esperienze fondamentali: l’errore, la noia, la relazione autentica, il guardare fuori dallo schermo». E c’è un ultimo elemento sul quale lo psicoterapeuta invita a riflettere: la qualità della presenza del genitore. «Chi crede che “tanto lo schermo è utile” sbaglia: non è soltanto una questione di ore, ma di contesto, qualità e presenza. Se la mamma influencer passa più tempo a riprendere che a guardare il figlio negli occhi, la favola può trasformarsi in un danno». Il problema, allora, non è necessariamente una fotografia pubblicata o un video condiviso sui social. La questione più profonda riguarda il momento in cui la vita del bambino smette di essere semplicemente vita familiare e diventa una risorsa economica, un prodotto, una parte della strategia digitale del genitore. Perché dietro un like, un follower o una collaborazione commerciale c’è pur sempre un bambino. E quel bambino, prima ancora di essere protagonista di un profilo social, dovrebbe avere il diritto di crescere lontano da una telecamera.