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Che cosa c'è davvero dietro Santoro (un diavolo di nome Parenzo)

Servizio Pubblico

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C'è qualcosa di nuovo, eppur d'antico, nella performance del “Servizio Pubblico” che tracima ogni giovedì da un'immaginifica ragnatela di tv che va da Aosta ad Agrigento. Al di là del contenuto del programma di Michele Santoro (a volte acceso, a volte rivoluzionario, a volte lento, leeento come un dramma di Miller…)  bisognerebbe chiedersi dove sta l'epocale di tutta l'operazione, in questa una sorta di syndication digitale del terzo millennio che sfrutta le potenzialità del digitale terrestre. Non è tanto che Santoro, col suo 10% di share, rubi ascolti in parte all'ex delfino Formigli a La7, e in parte –ma poco- a Mediaset e Rai. Quello fa parte del santorismo, una sorta di religione catodica con adepti innumerevoli e a volte insospettabili. No. Noi pensiamo che  il santorismo sia a volte torpido ma necessario per la democrazia: discuterne è inutile.  Sarebbe utile, invece, capire dov'è la novità. La novità sta in un'intuizione. Avuta sì da Santoro ma sobillata  da quel genio diabolico di Sandro Parenzo, l'editore di Telelombardia. Il quale è riuscito in un'impresa impensabile, finora: riunire sotto la comune bandiera dell'interesse industriale la frastagliata galassia degli imprenditori televisivi locali da sempre in guerra fra loro, da sempre convinto –spesso col narcisismo dei padroncini- che fosse meglio essere primi in casa propria che a mezza classifica in terra straniera. Per chi, come noi conosce le tv locali (perché ci ha lavorato) , sembrava il sogno d'un pazzo immaginare Montrone, Ciancio, Panto, lo stesso Parenzo e tutti gli altri demiurghi di quella che è chiamata “la tv del sommerso” riuniti sotto l'unica cappella di un programma nazionale, potente, fortemente connotato e trasmesso in simultanea. Soprattutto un programma non di loro proprietà. Sicchè, fatte due- tre telefonate tra addetti ai lavori, ascoltati i centri media e i raccoglitori pubblicitari, ci siamo resi conto che quel 10% di share di Santoro che, secondo i parametri nazionali brillerebbe d'aurea mediocrità, per la nuova tv espansa sul multipiattaforma rappresenta una rivoluzione mica da ridere. Innanzitutto Servizio Pubblico viene spalmato come mostarda oltre che sulle tv anche sui principali siti web sta facendo letteralmente impazzire i vecchi sistemi di computo dell'Auditel. Con i milioni di clic deflagranti sul web, con la furia montante dei social network, con l'interazione dei telespettatori ormai sempre più in grado d'influenzare i contenuti, ha senso che il destino di un programma sia, oggi, ancora affidato a 5000 famiglie? 5000 highlanders spazianti dalla casalinga di Voghera all'intellettuale del Circeo rappresentano ancora l'utente medio? Uno dice: ma il web deve ancora trovare, pubblicitariamente, il suo modello di business; e le tv locali campano solo di pubblicità territoriale. Tutto vero, per carità. Ma allora perché tra un “nero” e l'altro di Santoro mi vedo scorrere gli stessi spot che affollano il programmone di Fiorello? E perché i passaggi su Youtube dello stesso programma hanno oramai gli stessi spettatori di un programma di seconda serata medio di una generalista? Sta succedendo qualcosa sotto il cielo della neo-tv. Bisognerà tenerne conto. Comunque la pensiate (come direbbe qualcuno…)

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