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La mossa di Ted Cruz che spaventa Trump

Glauco Maggi
Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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Alla riunione del GOP in Nord Dakota, un'assemblea sostitutiva delle primarie in cui 2000 funzionari locali del partito si sono riuniti in questo fine settimana per decidere chi comporra' la delegazione per la Convention a Cleveland a meta' luglio, il senatore Ted Cruz ha piazzato 18 suoi simpatizzanti nella squadra prevista di 25 delegati. E' un bel risultato per lui e un brutto allarme per Trump, 24 ore prima che si aprano, martedi' 5, i seggi per le primarie in Wisconsin. Oltretutto, la sconfitta domenicale in Nord Dakota si accompagna al sondaggio uscito oggi 4 aprile, di CBS News-You Gov Battleground Tracker Poll, che vede Cruz davanti a Trump per 43% a 37%, con John Kasich al 18%. Per lo speciale statuto del GOP dello Stato del Nord Dakota, che confina con il Canada ed e' tra il Minnesota e il Montana (in entrambi gli Stati Trump aveva perso), i 25 prescelti non saranno comunque vincolati a votare il candidato per cui hanno espresso “simpatia” ieri, e fin dalla prima votazione potranno fare cio' che riterranno nella situazione che si sara' creata nel tempo. Comunque sia, questo e' un altro segnale concreto del fatto che la squadra di Cruz sta lavorando indefessamente all'interno della struttura del partito, con una capacita' di mobilitazione della base militante che aveva dato la sua prima prova di coesione nel successo al caucus dello Iowa, e che si e' poi via via allargata e consolidata con la nascita del “partito anti Trump”. Se, all'inizio delle primarie, la presenza di altri candidati concorrenti aveva impedito che Cruz, apertamente inviso ai suoi colleghi in Senato e, in generale, a tutti i dirigenti dell'establishment del GOP, potesse farsi strada largamente nell'elettorato repubblicano, oggi la situazione e' assai cambiata. Turandosi il naso, e allargando i cordoni della borsa finanziando spot aggressivi contro Trump tramite i Super Pac creati ad hoc, quegli stessi personaggi di vertice che mai avrebbero pensato di appoggiare Cruz due mesi fa oggi sono disposti a farlo, considerandolo il male minore per il partito. L'unico che resiste e' John Kasich, che respinge la richiesta congiunta di Cruz e di Trump di lasciare la gara. E' vero che il governatore dell'Ohio non ha piu' la possibilita' matematica di raggiungere il numero necessario di 1237, ma siccome per farlo Cruz dovrebbe assicurarsene quasi il 90%, cosi' sostiene lo staff di Kasich, il governatore (pragmatico e moderato) ha lo stesso diritto di accumulare i suoi delegati “di minoranza”, cosi' come saranno “di minoranza” quelli di Cruz (radicale nei principi ed estremista). Di fatto i due scommettono su una Convention aperta, cioe' contro l'ipotesi di un Trump oltre i 1237 delegati, convinti entrambi di avere in quel consesso le carte migliori per farsi nominare: Cruz per essere stato “il piu' eletto dopo Trump”, e Kasich per essere “il piu' eleggibile a novembre contro Hillary” (una affermazione valida, stando ai sondaggi che lo danno 11 punti piu' forte della Clinton in un faccia a faccia ipotetico). Ma il problema per i due che inseguono e', appunto, che inseguono Donald. E se saranno dietro, come e' certo al 99%, anche dopo l'ultima primaria in California, lo scenario non sara' favorevole, come i due si illudono, ne' per loro ne' per il GOP. La promessa del miliardario di New York di votare il candidato che uscira' dalla Convention varra' solo se sara' lui stesso a vincere. Ormai e' chiaro. In caso contrario, sta dicendo nelle interviste che si sentira' vittima di un gioco di palazzo e di una palese ingiustizia, e non si mettera' da parte ma correra' da solo con il suo 35% di fedelissimi. Hillary e Sanders (che per rimettersi in corsa punta al miracolo di vincere la combinata Wisconsin, dove e' davanti 49 e 47, e il 19 aprile New York, dove ha ridotto il distacco a 10 punti, 43 a 53) non aspettano altro. di Glauco Maggi  twitter @glaucomaggi

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