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Veltroni ci prova, Bersani si sbraccia, Maroni non fiata

crisi

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 Oggi la buvette è stato teatro di grandi trattative. Verso le quattro e mezza, caffè tra Walter Veltroni e Roberto Maroni. Dieci minuti, bocche cucite. Veltroni: . Poco dopo arriva Bersani (Veltroni nel frattempo se n'era andato). E via con un altro caffè (per Bersani una birretta Peroni). Noi cronisti lì assiepati per cercare di capire il labiale o di interpretare il linguaggio dei gesti. Certo, non deve essere il massimo, per i due, confrontarsi sulle sorti della legislatura e del Paese con una decina di cronisti assetati a due metri da loro. Ma ci sono abituati. E continuano come fosse niente. Questo il resoconto: per un bel quarto d'ora “Pier Luigi” parla ininterrottamente con “Bobo” il quale, in risposta, annuisce e non fiata. Bersani gli mima qualcosa che precipita (facile: l'Italia).  Poi, sempre con le mani, gli fa il gesto di qualcosa che sale e scende, sale e scende (gli spread, gli interessi sui titoli? Boh).  Il tutto accompagnato da movimenti ondulatori della testa da una parte e dall'altra per varie volte (del tipo: così non si può andare avanti, basta, finiamola lì). Maroni, coi suoi occhialetti rossi, continua a fissarlo  e ad annuire. Senza dire una parola. Così per tutto il tempo. Dopo un po' arriva pure Roberto Cota, il governatore leghista del Piemonte.  E anche lui come Maroni: ascolta Bersani e fa sì con la testa (anche se annuisce un po' meno di Maroni). Dopo un quarto d'ora di monologo, accolto con muta accondiscendenza dai due leghisti, anche “Bersi” deve essersi stufato di se stesso. O dei due muti ascoltatori. Si salutano e finisce lì. Fuori dalla buvette Bersani ripete che Berlusconi deve dimettersi. Maroni dice che la Lega domani su Milanese voterà compatta. Mi sbaglierò, ma non mi pare che il pressing del Pd sulla Lega prometta granché.  

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