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«My name is Maurizio Cocciolone e così mi torturò Saddam»

Vent’anni fa, nella Guerra del Golfo, il suo Tornado fu abbattuto dalla contraerea e lui rimase prigioniero degli iracheni per 45 giorni. Ora si racconta per la prima volta in esclusiva

15 Novembre 2010

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«My name is Maurizio Cocciolone e così mi torturò Saddam»
Diciotto gennaio 1991, Iraq, Guerra del Golfo. Un Tornado italiano viene abbattuto dalla contraerea di Saddam Hussein e i due soldati - pilota e navigatore - vengono fatti prigionieri. Sono Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone. Terrore e ansia, l’Italia teme per la loro vita. Dopo due giorni viene trasmesso un video in cui Cocciolone, con il volto tumefatto, dice quasi meccanicamente: “My name is Maurizio Cocciolone”. I due verranno liberati il 4 marzo, ma non racconteranno mai la loro vicenda.  Ora, a 20 anni di distanza, lo fa per la prima volta proprio Maurizio Cocciolone.



Restauratori, gallerie d’arte, dipinti preziosi. Maurizio Cocciolone, ma l’appuntamento qui in via Giulia è casuale o voluto?
«Adoro questa stradina. Sono appassionato di pittura, a casa ho qualcosa come 400 libri d’arte, monografie, cataloghi di mostre.  Più una quarantina di dipinti, incisioni, sculture».
L’ultimo acquisto?
«Venga che le faccio vedere. È in quella galleria. Guardi, è un Migneco in restauro, (...)
(...) l’ho preso a Porta Portese  e lo sto facendo valutare. Potrebbe essere stato un buon affare».
Che periodo preferisce?
«Dal post impressionismo fino al futurismo».
Tra le tante opere che ha in casa, non venderà mai...
«Un quadro del pittore bresciano Martino Dolci. Bello, grande, gli ho fatto il filo per anni: raffigura Piazza della Loggia. Poi un dipinto antico a carattere religioso, a olio, del 1550, una Madonna sinuosa e sensuale di Lelio Orsi».
Maurizio, pittura a parte, ora che fa? Lavora sempre nell’Aeronautica?
«Sì e da 10 anni vivo qui a Roma, con mia moglie Adelina e due figli: Andrea Silvia di 18 anni e Alessandro di 17».
Poi approfondiamo. Nel frattempo una curiosità: dopo la Guerra del Golfo è completamente sparito. Non ha mai parlato. Non si è mai raccontato. Perché?
«Una scelta. All’inizio c’era troppo trambusto, non ero preparato e la stessa Aeronautica non era in grado di gestire un evento mediatico così. Ho preferito stare in disparte per non creare disagi alle istituzioni. Scelta un po’ drastica, lo so».
Ora, a distanza di 20 anni, si fa intervistare. Cosa è cambiato?
«Un po’ tutto. Il mio lavoro, che è più consolidato. E poi il fatto che dopo tanto tempo non c’è la stessa morbosità di allora: ora l’interesse è per la persona, più che per l’evento, e i risvolti verso le istituzioni e le Forze Armate sono minori».
L’Italia entrò in guerra contro l’Iraq il 16 gennaio 1991. Ormai sono 20 anni fa...
«La vivo con un dualismo costante. Da un lato mi sembra sia passato un secolo. Dall’altro ogni volta che scoppia un conflitto mi sento parte in causa, mi considero attore protagonista pronto a dare una mano».
Diceva che è a Roma dal 2000. Cosa ha fatto in questi anni?
«Mi sono occupato di Sistemi di tecnologia avanzata allo Stato Maggiore dell’Aeronautica. Poi, allo Stato Maggiore del Comando Logistico, ho avuto un incarico di staff: svolgevo attività di coordinamento. E quando, nel 2005, c’è stata l’esigenza di attivare una base avanzata in Afghanistan, ne ho curato prima la pianificazione operativa della fase di rischieramento e quindi sono stato inviato ad Herat come Comandante della Task Force Aquila e Vice Comandante della base avanzata della NATO».
Per quanto tempo?
«Otto mesi in missione di pace. Esperienza unica. Indimenticabile. Per me e la Forza Armata un grande orgoglio: la più grande operazione logistica dell’Aeronautica del secondo dopoguerra, dal ’45 a oggi».
Che avete fatto di preciso?
«Abbiamo attivato una base aerea dal nulla, in soli 40 giorni, senza il più piccolo problema. Cosa che molti avevano considerato difficilissima».
Cocciolone, riviviamo insieme quell’esperienza. Ci porti con lei nell’Afghanistan del 2005. Primo impatto?
«Stranissimo, come fare un viaggio con la macchina nel tempo».
Cioè?
«Arrivo a Herat, al tempo la città messa meglio  dopo più di 30 anni di conflitti, e mi sembra di trovarmi nell’Italia del 1900: ogni tanto passa qualche auto che crea distonia nel paesaggio. Avanziamo 5 km verso l’interno e rapidamente mi ritrovo come nel Medio Evo. Altri 20 km e l’ambiente mi riporta a 2000 anni fa, al periodo dell’Impero Romano. Dopo 30 km resto turbato e senza parole».
Grande arretratezza?
«Vengo catapultato ai tempi della Bibbia. Ci sono solo accampamenti che identifico con quelli visti da adolescente nei grandi film storici, tipo i kolossal su Mosè. Tende di pelle di capra, donne che appena vedono noi uomini occidentali fuggono tra lo spaventato e il timido, nascondendosi e poi sbirciando incuriosite».
Incredibile. Torniamo a Herat, dove tutt’ora sorge la base italiana.
«Al nostro arrivo c’è solo un minuscolo aeroporto, costruito dagli americani più di 30 anni prima. Anzi, una piccola pista di atterraggio. Nel giro di 40 giorni creiamo l’accampamento e attiviamo tutte le strutture aeroportuali necessarie».
Il ricordo più bello?
«Il rapporto con la gente del posto, sempre pronta a collaborare e mettersi nelle nostre mani senza timori e ipocrisie, fino ad arrivare ad affidarci figli e mogli. Soprattutto, la sensazione di sentirti utile a qualcosa a prescindere dallo schieramento. Impossibile dimenticare i bambini che venivano a curarsi: là si muore per malattie stupide, come la leishmaniosi, che da noi si guarisce con una pomata».
Maurizio, ma il paesaggio dell’Afghanistan come è?
«Terreno aspro. Herat è su un altopiano quasi completamente desertico».
Domanda secca: se Bin Laden fosse nascosto lì sarebbe  impossibile trovarlo?
«Impossibile non so, sicuramente difficilissimo. La superficie è molto estesa: l’Afghanistan è grande come mezza Europa. Tutto il territorio è impervio, senza strade, vie di comunicazione, aeroporti».
Secondo lei Bin Laden è ancora vivo?
«Penso di sì».
Raccontiamo un po’ gli afgani. La cosa che l’ha più colpita di loro?
«Che sono esseri umani come noi. Sono indietro di 300 anni, ma hanno gli stessi nostri atteggiamenti, le nostre aspettative, condividono i nostri valori più profondi. Le donne, pur coperte dal burqa, hanno viso e mani  vissute, sono segnate da rughe profonde. Gli occhi vividi e brillanti, però, mi ricordano le donne abruzzesi della mia infanzia, le mie stesse nonne».
Di cosa vivono?
«Di coltivazioni e sfruttano, in modo geniale, piccolissimi ruscelli con terrazzamenti per incanalare e conservare la poca acqua disponibile, tanto che sembra di trovarsi di fronte a opere di Leonardo».
Scusi, come mai sorride?
«Un giorno, discutendo sui metodi intrapresi dal governo Usa per aiutare a migliorare le condizioni economiche dell’Afghanistan, mi viene un’idea. Associo il paesaggio e il clima del posto a quelli abruzzesi e penso che sarebbe redditizio coltivare zafferano, proprio come sull’altopiano di Navelli, vicino all’Aquila».
E lo propone?
«Spiego a un collega alpino: “Il clima è aspro, il terreno roccioso, la mano d’opera tanta. Anziché l’oppio che rende pochissimo, dovrebbero coltivare lo zafferano come si fa da noi”. Beh, lo scorso ottobre, al Salone del gusto di Torino, è stato presentato il “Progetto zafferano afghano”. Che, guarda caso, vede impegnati gli alpini...».
Cocciolone, al ritorno dall’Afghanistan che ha fatto?
«Sono stato destinato al Reparto Informazione Sicurezza dello Stato Maggiore della Difesa. Da poco, adesso, sono assegnato all’organizzazione nazionale di coordinamento dell’Agenzia NAMSA della Nato».
La gente per strada la ferma ancora?
«Spesso mi sento osservato con occhio inquisitore e intuisco di essere riconosciuto. Poi sorrido e scatta la solita domanda: “Che le hanno fatto nella prigionia?”».
Che risponde?
«Resto sul vago, evito l’argomento e ribatto che la vita è bella».
Altra domanda ricorrente?
«Se volo ancora».
Già, pilota?
«Poco. Ora che sono diventato Colonnello, come si usa dire, volo la scrivania».
Totale delle ore in cielo nella sua carriera?
«Non ricordo. Credo più di 3.200».
Complimenti. Ora invece decolliamo insieme, per un viaggio all’indietro. Torniamo al piccolo Maurizio Cocciolone.
«Nasco all’Aquila il 22 settembre 1960».
Auguri, anche se in ritardo. Sono 50.
«Adattando Dante, mi sento nel mezzo del cammin di nostra vita. Voglio iniziare un capitolo nuovo, girare pagina».
Ha già pensato come?
«Tra pochi anni andrò in pensione. Il progetto è di trasferirmi in Brasile, dove vive mio fratello. Per rimettermi in gioco, esprimere me stesso secondo le mie capacità e senza più vincoli istituzionali».
Intrigante. Ora però restiamo al baby Maurizio Cocciolone.
«Bimbo timido, forse perché vivo  nell’entroterra abruzzese in un paesino di 6 case, 6 lampioni e 30 abitanti: Pettino».
Scuole?
«Istituto tecnico geometri, ma presto mi innamoro dell’aviazione».
Merito di un viaggio in aereo?
«Nooo. Semplicemente perché da ragazzino, ogni sera, mi sdraio nel giardino di mio nonno, sotto una grande pianta di noci, per ammirare il cielo e le stelle. E fantastico, sogno di diventare astronauta».
Quando il passo decisivo?
«Un giorno, vedendo  uno dei primi manifesti pubblicitari dell’Aeronautica, decido di iscrivermi, di nascosto e senza dirlo ai miei, al Bando di concorso per entrare nell’Accademia. E vinco».
Così saluta gli amici e il paesello.
«Solo soletto, con una minuscola valigia, prendo il trenino di Mussolini: L’Aquila-Napoli. Passo per gli altopiani del Parco nazionale, per le vallate di pastori e sulle montagne del Sirente e arrivo a Napoli. Dove sarò cadetto per tre anni e mezzo».
Il primo volo da pilota lo ricorda?
«Da Latina a Guidonia, andata e ritorno in solitaria. Grande emozione e la sensazione di aver compiuto un’impresa eccezionale, come aver scalato l’Everest!».
Passaggio successivo?
«Vado negli Usa per un corso, tre mesi in Texas e poi a Sacramento».
Beh, da Pettino alla California: che salto!
«È tutto una continua scoperta. Poi, al ritorno, faccio il percorso addestrativo previsto allora (Lecce-Amendola-Cottesmore) e poi mi mandano a Ghedi per un corso innovativo perché in Italia è appena arrivato un nuovo modello di velivolo da caccia: il Tornado».
Che è una grande novità.
«È il 1985 e, abituato ai precedenti aerei con i quali avevo volato, come il Macchi 339 o il G.91, resto affascinato. Il Tornado è estremamente moderno, un balzo tecnologico in avanti di  40 anni: traguardo importante per me e tutta la Forza Armata».
Lei in cosa si specializza?
«Divento Operatore di Sistemi, comunemente  definito navigatore. Opero a Ghedi fino al 1989, poi vengo trasferito a Piacenza, dove è stata appena riaperta la base».
Cocciolone, il 2 agosto 1990 le Forze Armate irachene invadono il Kuwait.
«Sono in licenza, in vacanza a Lampedusa, vengo preallertato e richiamato. Il 25 settembre decolliamo per gli Emirati Arabi, diretti alla base aerea di Al Dhafra, dove ci addestriamo con i colleghi americani. E dove, a novembre, dopo un periodo in Italia, si formano gli equipaggi di volo».
Il Capitano Navigatore Maurizio Cocciolone è con il Maggiore Pilota Gianmarco Bellini.
«Dopo l’ultimatum dell’Onu a Saddam Hussein, pensiamo e speriamo che si giunga a un accordo pacifico. Avvicinandoci alla scadenza, però, cresce la certezza che da un momento all’altro scatterà l’operazione “Desert Storm”».
Succede la notte tra il 17 e il 18 gennaio 1991, quando otto Tornado della missione “Locusta”, tra cui il vostro, decollano dalla base di Al Dhafra per un’azione di bombardamento su un centro comunicazioni e un deposito di munizioni della Guardia Repubblicana a nord di Kuwait City.
«Il velivolo leader ha immediatamente un guaio al carrello e deve tornare. Restiamo in sette. Dopo qualche ora c’è da effettuare il rifornimento in volo perché la nostra autonomia, considerando anche il carico bellico, non è sufficiente per arrivare fino all’obiettivo e tornare. E nelle vicinanze non ci sono molte basi disponibili».
L’operazione fallisce quasi per tutti.
«Mai più visto nulla di simile, incredibile! Le condizioni meteorologiche sono pessime, una tempesta vera e propria, l’aereo non sta fermo, sembra di cavalcare un purosangue imbizzarrito. Anzi, impazzito».
Su sette Tornado, solo voi vi rifornite.
«Ce la fa anche un secondo velivolo, ma senza completare il travaso di carburante. E dunque il pilota, anche capo coppia, decide di tornare indietro e ci saluta».
Restate solo lei e Bellini. Stato d’animo?
«Siamo soli e sappiamo che a metà viaggio di ritorno avremo bisogno di un secondo rifornimento in volo: in caso di difficoltà dovremo fare un atterraggio di fortuna. C’è da prendere una decisione in un attimo, proseguire o no? Il comandante del veicolo è Gianmarco, spetta a lui l’ultima parola. Sceglie di andare, si va».
Mai avuto ripensamenti?
«Impossibile. La concentrazione in quei momenti è totale. Si viaggia al buio in un ambiente sconosciuto, fidandosi solo della strumentazione di bordo e del proprio compagno. Non c’è tempo per pensare».
Arrivate a Kuwait City.
«Lasciamo la città in basso a sinistra, immersa in un’oscurità tenebrosa. Abbassiamo la quota, ci portiamo alla velocità programmata, il mare è alle spalle e impostiamo la prua sull’obiettivo, assumendo la configurazione tattica prevista».
Perché quello sguardo perplesso?
«In realtà, dopo il nostro tentativo, la tattica di volo a bassa quota cambierà...».
Siamo vicini all’obiettivo. È il momento di sganciare gli ordigni. Come si fa? Chi lo fa? Come funziona?
«È un’operazione complessa, ciascuno ha un ruolo preciso, ognuno è parte dell’ingranaggio. Gianmarco pigia il pulsante del consenso allo sgancio: il computer calcola con precisione quando è l’attimo giusto e attiva lo sgancio vero e proprio. In volo livellato a bassa quota sarebbe difficilissimo farlo manualmente, contrariamente a quanto avveniva con i vecchi velivoli, dove si bombardava principalmente in picchiata, puntando l’obbiettivo, e quindi il margine di errore era inferiore».
Che ore sono?
«Notte fonda, circa le 4.30. Il carico bellico va a segno e iniziamo le operazioni di allontanamento, che prevedono una virata di 180 gradi attorno all’obiettivo».
Manovra difficile?
«Quasi impossibile a quelle quote, velocità e condizioni ambientali. In più tutt’attorno c’è una baraonda mai vista, uno sbarramento di fuoco. La notte è illuminata a giorno, sembra di trovarsi a Capodanno, in una grande metropoli, nel mezzo di una parata di fuochi d’artificio».
È la contraerea irachena.
«Ogni scoppio, una minaccia».
Nella registrazione dei colloqui tra lei e Bellini, si sente il pilota che le dice: “Chaffa, chaffa”. Che significa?
«È un termine inglese italianizzato, vuol dire attivare i chaff, cioè una contromisura di difesa contro i missili a guida radar. I chaff sono sottili foglioline di alluminio lanciate per "ingannare " i radar interferendo con le onde elettromagnetiche usate dalla strumentazione nemica».
Nel vostro caso non funzionano. Come si rende conto che vi hanno colpiti?
«Una botta ci fa perdere il controllo del velivolo».
E che succede?
«Viaggiamo a circa 1000 km orari e a 30 metri da terra, grazie al sistema radar di bordo. Ci sono pochi attimi per decidere il da farsi, tra la vita e la morte. Non resta che lanciarsi».
Bellini, sempre sentendo le registrazioni, dà l’ordine: “Eject – eject – eject”. Lei, tecnicamente, cosa fa?
«Tiro una leva sotto il sedile, in mezzo alle gambe. Il resto è completamente automatico, si rompe il vetro sopra la testa, veniamo catapultati fuori a turno e si apre il paracadute».
La sensazione è di essere risucchiati?
«No, il contrario. Di essere schiacciati e insaccati sul sedile».
Cocciolone, quel momento riesce a riviverlo attraverso un odore particolare?
«Un misto di kerosene e povere da sparo».
Fa caldo o freddo?
«Arriva una raffica d’aria gelata sul viso».
E poi?
«Sveniamo. Essere sbalzati fuori da un aereo a velocità supersonica porta quasi sempre alla perdita dei sensi. Io mi riprendo quando, dopo pochi secondi, tocco terra. E mi risveglio in mezzo alla sabbia».
Il suo primo pensiero è come fare per non essere fatto prigioniero?
«Assolutamente no. Arrivo da un forte trauma, il primo pensiero è che ce l’ho fatta, è un miracolo essere vivo!».
Quando la catturano?
«Immediatamente, arrivano dopo qualche minuto, ci prendono senza troppi scrupoli e ci portano in un posto chiuso. La prima prigione».
Vi dividono: lei da una parte, Bellini dall’altra.
«No, non subito. Dopo la cattura e i primi interrogatori lo sento urlare in una cella vicina. Poi sparisce. Ma...».
...ma?
«C’è bisogno di aggiungere altro? Abbiamo già raccontato abbastanza, no?».
Beh, ci sarebbero i giorni di prigionia. Sempre che se la senta. Proviamoci, le va?
«Siamo una ventina, di nazionalità diverse, ci tolgono armi e oggetti personali e ognuno viene isolato in un loculo di 3 metri per 2. Non ho un materasso e mi sdraio a terra, senza coperte. Fa un freddo incredibile. Di notte tremo, la tuta gialla di cotone non scalda, rischio di congelarmi».
Cibo?
«Portano una brocca di acqua sporca e, un giorno sì e uno no, una fetta di pane».
Quante prigioni cambia?
«Molte, sono quasi tutte accampamenti militari. Una mattina, però, ci trasferiranno nel palazzo dei servizi segreti iracheni, una grande struttura. Ma giorni dopo succederà il finimondo: gli americani bombarderanno e raderanno al suolo l’edificio. Salvi per miracolo».
In Italia non si hanno vostre notizie. Si teme il peggio. Finché il 19 gennaio viene trasmesso un video in cui lei, tumefatto, ripete quasi meccanicamente: “My name is Maurizio Cocciolone”. Poi, interrogato, dice di essere contrario alla guerra.
«Mi fanno domande precise e se non sono soddisfatti si riparte da capo».
I lividi sono una conseguenza del lancio?
«Non solo. Una grossa parte sono la conseguenza del loro trattamento».
Maurizio, perdoni la sfrontatezza. Subisce molte torture ?
«Quelle del metodo iracheno».
Anche elettroshock?
«Scariche elettriche con la batteria di un’auto. Poi botte di tutti i tipi. Un nervo della schiena subisce danni irreparabili, e il mio corpo resta segnato un po’ ovunque. Per i colpi ricevuti perdo alcuni denti e la lingua mi si stacca quasi completamente. La ricuciranno loro con una sutura casereccia».
Per girare quel video la drogano?
«Che io sappia no. Ma non lo escludo».
L’istante in cui ha più paura?
«La fase di lancio e post lancio».
Scusi, e la prigionia?
«Più nessun timore, in quel momento ormai mi considero morto, sono convinto che sia solo una questione di tempo».
Come si sopravvive in quelle condizioni?
«Con la forza d’animo, il carattere, ci si aiuta pensando ai propri cari, alle proprie origini. Il tempo non passa mai, non si riesce a dormire e si va avanti con piccoli sonnellini di mezz’ora».
I suoi carcerieri sono mascherati?
«No, sempre a volto scoperto».
C’è lo sguardo di qualcuno di loro che non l’ha mai abbandonata nel tempo?
«Quello di un ragazzo, il più giovane. E il più umano».
In negativo?
«No. Tutti uguali. Gente selezionata, professionisti».
Cocciolone, quando inizia a sperare nella liberazione?
«Quando ci mettono in gruppo, celle da cinque persone. Ma è solo un’illusione, perché dopo pochi giorni mi isolano un’altra volta. E penso che sia finita».
Invece il 4 marzo, dopo 45 giorni di prigionia, torna libero.
«È mattina, c’è il sole e ci fanno incontrare con un tizio che veste una divisa da generale iracheno. È lui a comunicarci che torneremo a casa».
Prima reazione?
«Gioia, ma non esplosiva. Una gioia interiore anche perché non ho forze, sono dimagrito 30 kg».
Quando l’incontro con Bellini?
«Dopo la liberazione. Poche parole, ma un abbraccio intenso».
Maurizio, come e quanto l’ha cambiata questa esperienza drammatica?
«Mi ha forgiato. Irrobustito. Fatto capire che l’essere umano ha una forza interiore che non ti aspetti».
Il suo ritorno in Italia verrà caratterizzato da molte polemiche. Per il matrimonio, per una medaglia negata. A distanza di anni che opinione ha?
«Guardi, l’ho sempre pensato e lo voglio ripetere: non sono e non mi sono mai sentito un eroe, ho fatto sempre e solo il mio dovere, al meglio delle mie possibilità, in totale fedeltà alle istituzioni, con amore per la Forza armata, rispondendo ai dettami della mia coscienza prima di tutto».
Però...?
«Però non ho avuto grande supporto, né tantomeno una guida o l’aiuto medico e psicologico garantito negli altri Paesi e, credo, ai nostri soldati oggigiorno. Spesso mi sono sentito usato, a fini mediatici ovviamente, in vari ambiti. Di fatto le istituzioni mi hanno abbandonato a me stesso. La sola  istituzione pubblica che mi è stata vicina, pur non avendone l’obbligo, è stata il “Centro di neuropsichiatria infantile di S. Maria di Collemaggio” dell’Aquila».
È lì che l’hanno curata?
«Sì, curato e rimesso in piedi, con discrezione e cure amorevoli, con una dedizione e una professionalità ammirevoli. A tal punto da imbarazzarmi per il fatto che mi sembrava, in qualche modo, di sottrarre tempo prezioso a chi aveva certamente più bisogno di me».
Ultime domande flash. 1) La prima volta che è tornato a pilotare è stata dura?
«Solo fisicamente: mi sentivo addosso ancora le conseguenze della prigionia».
2) In che rapporti è ora con Bellini?
«Buoni. Seppure a distanza per le lontanissime sedi di lavoro, di tanto in tanto ci sentiamo e chattiamo su Facebook».
3) Programmi tv preferiti?
«Telegiornali».
4) L’hanno mai invitata a un reality?
«Sì, al Grande Fratello. Ma ho rifiutato, sono troppo timido e schivo...».
5) Musica preferita?
«Genesis. Pink Floyd, Supertramp».
Ultimissima. In missione si è mai aiutato con la musica stile “Apocalypse Now”?
«È capitato. Ci si caricava ascoltando proprio i Pink Floyd, ma anche Michael Jackson. Ma non certo nella prima missione operativa della Guerra del Golfo!».






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Commenti all'articolo

  • laterza.sergio

    03 Luglio 2011 - 09:09

    recenti promozioni confermano l'avanzamento di pacchi raccomandati che nulla hanno dato all'Arma Azzurra.-Cocciolone e Bellini che sono stati abbattuti in un reale conflitto,silenzio....

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  • RANMA

    22 Novembre 2010 - 10:10

    Chiedi anche tu un risarcimento milionario come quelli di Guantanamo...

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  • just69

    20 Novembre 2010 - 18:06

    Perchè ogni volta che il Pontefice si rivolge ai cattolici (giustamente anche a quelli impegnati in politica) rammentando loro i veri valori cui si fonda la loro fede e dovrebbero ispirarsi le loro azioni, tutti gli altri (laici e persino atei compresi) si agitano tanto fin al punto da perderci il sonno... Si sta diffondendo un'epidemia di papite acuta (intesa sia come papite da papa Benedetto che come papite da papi Silvio)?

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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