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Pietro Senaldi su Alfonso Bonafede: il ministro scarcera, poi si pente e reincarcera

Pietro Senaldi
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Il ministro Bonafede è tale di nome e di fatto. Questo lo assolve moralmente e giuridicamente dalle accuse che gli vengono mosse in questi giorni, ma lo condanna senza appello sotto l'aspetto politico. Perciò è sacrosanta la mozione di sfiducia contro di lui presentata da tutto il centrodestra ed egli farebbe meglio ad andarsene. I casini che ha combinato, li ha fatti senza volerlo, talvolta pensando pure di agire per il meglio, mosso unicamente da pregiudizio ideologico, profonda inadeguatezza rispetto al ruolo che ricopre e superficiale conoscenza della materia. In quanto privo di malizia, può combinare altri guai senza accorgersene ed è solito mettere toppe peggiori del buco. Pertanto, prima si leva di torno, meglio è per tutti, anche per lui, che restando dov' è rimedierà solo figuracce e si brucerà definitivamente.

Quel che gli si rimprovera è noto. Ha promesso al pm Di Matteo, idolo dei grillini, la direzione dei penitenziari; poi non ha potuto, o voluto, mantenere la parola. Di certo ai boss mafiosi la promozione del procuratore che li ha perseguiti a loro carceriere non avrebbe fatto piacere, ma è altrettanto vero che l'incarico non era dovuto di diritto alla toga palermitana. Pur non ritenendo Bonafede un maestro d'astuzia, è evidente che, se avesse voluto fare il gioco di Cosa Nostra, non avrebbe mai neppure contattato Di Matteo, a meno che non si immagini il Guardasigilli così diabolico da aver fatto l'offerta al magistrato sapendo già di non volere darle seguito, solo per precostituirsi un alibi. Inverosimile. L' ex dj Alfonso, detto Fofò, è solo un gran pasticcione, per di più un po' inesperto, e sta passando tutti i guai tipici di chi si è messo in una situazione più grande di lui.

Siccome la sfiga ci vede benissimo, e riconosce gli sfigati a prima vista, il destino e il desiderio di vendetta di Di Matteo si sono accaniti sul Guardasigilli. Il pm anti-mafia ha tenuto segreta l'offerta di Bonafede per due anni e l' ha tirata fuori proprio quando il ministro si è trovato al centro di una bufera mediatica per aver scarcerato centinaia di boss e picciotti a seguito del dilagare dell' epidemia di Covid-19. L' effetto della mossa è che alla parte più giustizialista dell' opinione pubblica è risultato automatico collegare la mancata nomina della toga palermitana alla liberazione dei mafiosi. Ma non è così. L' unico collante tra le due vicende è l'impreparazione del ministro, che due anni fa agì come un elefante in una cristalleria sulla nomina del responsabile delle carceri e oggi si è mosso con ineguagliabile superficialità nella gestione del rischio Covid-19 nelle carceri.

 Il giacobino che abbiamo alla Giustizia nei suoi due anni di regno non ha fatto nulla per migliorare la condizione subumana nella quale vive la maggioranza dei detenuti italiani. Così, quand' è arrivato il virus, sono scoppiate rivolte in tutti gli istituti penitenziari, probabilmente sobillate dai clan. I carcerati, stipati come animali alla faccia del divieto d' assembramento, chiedevano sicurezza. Il Guardasigilli, sentendosi giustamente in colpa, si è spaventato, ha perso il controllo della situazione e ha aperto i portoni a casaccio. Sono stati liberati boss in regime di isolamento, teoricamente al riparo dal contagio, e mandate a casa persone per le quali forse sarebbe stato più opportuno studiare semplicemente ricollocamenti più sicuri dal punto di vista sanitario.

Viceversa, sono stati tenuti dietro le sbarre, esposti al rischio, detenuti socialmente meno pericolosi. Parte dell' opinione pubblica, soprattutto quella alla quale i grillini da anni solleticano i più bassi istinti manettari, si è indignata. La denuncia di Di Matteo l' ha ancora più infervorata e Bonafede si è sentito mancare il terreno sotto i piedi. In un colpo ha deluso i suoi elettori e si è ritrovato attaccato da un suo idolo, quindi ha cercato di fare retromarcia e impapocchiare un decreto che rimettesse dentro coloro che aveva scarcerato. Tentativo fallito miseramente. Siamo la terra di Pulcinella, con un Parlamento esautorato, un governo ridicolo e un premier accusato dai costituzionalisti di violare la Costituzione, ma dove le persone non vengono ancora incarcerate per decreto. Questa è la storia di Bonafede, il ministro accusato di aver gestito l' emergenza da casa, nonché l'uomo che ha dato le chiavi del governo in mano a Renzi, il quale sta facendo il prezzo nella maggioranza per non sfiduciare il Guardasigilli la prossima settimana. Il primo conto che i grillini hanno dovuto pagare è stato la sanatoria di seicentomila clandestini. Speriamo che il secondo sia l' abolizione della legge che ha abolito la prescrizione.

 

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