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Pietro Senaldi contro Scanzi: "Il cazzaro del virus, un cane da riporto più bravo di me nel killeraggio su commissione"

Pietro Senaldi
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Tocca fare i complimenti ad Andrea Scanzi, il comunicatore più social d'Italia. È un pizzico egoriferito, ma questo è un pregio nell'ambiente del web, dove la realtà è un optional e chiunque può atteggiarsi a Napoleone senza passare per matto, insolentire il prossimo senza dover poi passare dal tribunale e affermare che il coronavirus non è una malattia mortale senza che l'Ordine dei Giornalisti apra un'inchiesta a suo carico. Andrea è un grande della comunicazione in rete. Mi è bastato rispondere a un suo tweet per guadagnare cento seguaci. Mi sfotteva perché ha più interscambi su Internet di me. Gli piace vincere facile. Lui posta venti volte al giorno, ovviamente sui temi che fanno tendenza, io una ogni due settimane. Non mi spiego perché mi tenga come punto di riferimento malgrado facciamo due lavori diversi. Io dirigo un quotidiano; lui, più furbamente, soltanto se stesso. Scanzi deve guardare più in alto, alla Ferragni e Jovanotti, a Cicciogamer e Wanda Nara, non a noi falegnami della carta stampata, condannati tutti i santi giorni a lavorare e fare i conti con la realtà, senza poterla raccontare come una pièce teatrale; intendiamoci, il palcoscenico è un'arte nobile e difficile, ma non c'entra nulla con il mestiere di giornalista, che Andrea pensa di fare.

Incauto acquisto - Comunque, la vera ragione per cui devo complimentarmi con Scanzi è che il suo ultimo libro, quello che tratta della recente pandemia, è primo in classifica. E chissà come sarà invidiosa Ilaria Capua, che prima di scrivere un testo sul morbo si è dovuta prendere una laurea e un dottorato di ricerca, mentre a lui è bastata una ricerca su Google per potersi permettere di tirare le orecchie a scienziati come Burioni e Galli. Devo ammettere che anche io ho contribuito alla causa. Mi ha incuriosito il titolo, I cazzari del virus. Memore del video nel quale il professor Andrea sosteneva, con il suo linguaggio poco oxfordiano e alquanto assertivo, che gli italiani erano tutti grulli a chiudersi in casa, che l'influenza uccide più del Covid e che non se ne poteva più di questo delirio collettivo per cui le persone non si fiondavano più a teatro ad applaudirlo, mi ero convinto che il libro fosse un'autobiografia in cui Scanzi si dava dell'imbecille. Così mi sono precipitato a comprarlo. E ho scoperto che forse l'imbecille sono io, o comunque chi, come me, è caduto nel trappolone del furbastro del Covid, che scivola, immemore e imperturbabile, sulla cacca pestata e si pulisce la suola sulle natiche di chi gli sta sul gozzo.

Untori e asini - I cazzari del virus infatti non sono quelli che l'hanno sparata più grossa. Che so, per esempio Conte, che a febbraio dichiarò di essere «prontissimo all'arrivo della pandemia» e che era «da razzisti» mettere in quarantena chi arrivava dalla Cina, oppure che le mascherine non servivano, mentre in segreto razziava le poche che c'erano per riempirne gli sgabuzzini di Palazzo Chigi. Sfogliando il libro, perché in onestà non merita il tempo della lettura, si scopre che gli untori sono Salvini e Renzi. I Mattei sono i bersagli preferiti dell'autore. Non perché sono peggio di altri, ma soltanto in quanto i due sono nel mirino del capo di Scanzi, Travaglio. Quando si dice la libertà di pensiero degli intellettuali Per conoscere quel che c'è scritto nel tomo non serve neanche voltare la prima di copertina. È tutto previsto, titolo compreso. Come chiunque, Andrea è libero di attaccare l'asino, ossia se stesso, dove vuole il padrone, che è l'uomo che l'ha inventato giornalisticamente. Bravo lui, che essendo più abile di me nella pratica del killeraggio su commissione, ma per un cane da riporto del suo livello ormai non c'è neanche più bisogno della comanda, è riuscito a fare dello sparare sentenze a capocchia un mestiere redditizio. Grazie a questo è primo in classifica, e ci resterà probabilmente a lungo, come la Juventus. Ha il merito di saper vincere anche quando gioca male e di avere una serie di tifosi per i quali conta solo che lui segni, non importa come. Il suo colpo da campione è l'insulto, ma per fare gol gli basta tirare. A differenza dei rigori di Ronaldo, quelli di Scanzi non necessitano precisione né freddezza; più sgraziati e concitati sono, più bucano la rete del suo pubblico.

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