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Gabriele Albertini sul prossimo sindaco di Milano: "Il mio erede? Solo Silvio Berlusconi. Se avesse voglia..."

Maurizio Zottarelli
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Gabriele Albertini è stato uno dei sindaci di Milano più apprezzati. Amava definirsi un «amministratore di condominio», ma nei suoi due mandati sotto la Madonnina, dal 1997 al 2006, insieme alla sua giunta di centrodestra ha cambiato il volto del capoluogo lombardo: ha realizzato la nuova fiera di Rho-Pero e ha avviato la riqualificazione della vecchia area fieristica del Portello; ha ideato, tra mille feroci critiche della sinistra, il visionario progetto della zona di Porta Nuova, autentico gioiello ammirato in tutto il mondo; ha concepito il rivoluzionario piano degli oltre cento parcheggi sotterranei che, dove poi sono stati realizzati, ha reso la città più vivibile, bella e perfino verde. E ha anche contribuito a rendere Milano una grande capitale culturale, per esempio con il rilancio della Triennale. Ancora oggi, se decidesse di ricandidarsi, la stragrande maggioranza dei milanesi lo accoglierebbe in parata. Ma lui non ci sta. «Scordatevelo», taglia corto. «Qualcuno me lo ha anche proposto, ma io l'ho già fatto e so cosa significhi. So il lavoro e la fatica che comporta e non credo che a 70 anni sia sostenibile».

Peccato. Intanto, quest'anno si vota per il sindaco delle principali città italiane - oltre a Milano, Roma, Napoli, Torino, Bologna, solo per citare i principali capoluoghi di Regione - e il centrodestra non sembra riuscire a trovare candidati competitivi, nonostante la sinistra e i giallorossi appaiano in difficoltà ovunque.
«Delle altre città non so molto, ma la situazione di Milano la conosco bene e, innanzitutto, va detto che, al di là delle recenti polemiche su Covid e neve, la leadership e la candidatura di Beppe Sala restano forti. Mi risulta che goda di una popolarità del 60% e va ricordato che un sindaco uscente, solo per la visibilità, gode del vantaggio di un 4-5% di popolarità. Per gli antagonisti, quindi, la situazione non è agevole».

Si tratta di paura di perdere, quindi?
«Questo è un primo aspetto. Poi c'è un problema di personalità. Un candidato che desideri mettersi in luce in vista, magari, di un futuro ruolo, potrebbe anche accettare una sconfitta onorevole. Ma una personalità nota per la sua attività e i successi precedenti non si mette in gioco in una simile condizione. Penso, per esempio, a Carlo Bonomi o Sergio Dompè, che io stesso avevo indicato: avrebbero tutte le capacità di gestire Milano, ma non alle condizioni in cui si chiederebbe loro di lavorare».

 

 

Quali condizioni?
«Guardi, il ruolo di sindaco è il più ingrato. Intanto è un lavoro mal pagato: 121mila euro lordi, 60mila netti, in pratica lo stipendio di un direttore di banca. A questo emolumento, però, corrisponde l'incarico gestionale di una grande impresa, nel caso di Milano, per esempio, con 40mila dipendenti tra diretti e occupati nelle imprese partecipate e o controllate. Un impegno per il quale il manager di una azienda equivalente prende dieci volte tanto. A tutto ciò vanno aggiunti gli enormi rischi che la carica comporta: oltre ai rischi penali si è esposti alle sentenze della Corte dei Conti e agli attacchi dei cittadini che attribuisco al sindaco ogni eventuale problema».

Insomma, il sindaco di una grande città somma le responsabilità di un ministro, del manager di una holding e incassa la paga di un direttore di banca...
«In più, nel caso attuale, ci sarebbe il problema delle divisioni del centrodestra che a Milano sono acuite. Il capoluogo lombardo è una sorta di New York italiana, un centro economico e multiculturale, il che spiega perché forze come la Lega o i Cinquestelle qui non abbiano mai sfondato. Il fatto è che ora, per forza di cose, il centrodestra è a guida leghista mentre, paradossalmente, in una città come Milano, il Carroccio resta più debole di Forza Italia».

Il punto è che le divisioni del centrodestra non si riflettono solo nelle grandi città, ma anche nella politica nazionale. Nonostante un governo che fa acqua da tutte le parti, l'opposizione non sembra rappresentare una alternativa credibile.
«Questo è un punto interessante. Il centrodestra resta sopra al 40% dei consensi, spesso sfiora il 50. Però la coalizione appare meno salda di quando la leadership era in mano a una forza più moderata come Forza Italia. Per esempio, sull'uso dei fondi europei ci sono idee divergenti, con Lega e Fratelli d'Italia su posizioni antagoniste, per quanto ora tacitate dalla situazione che richiede l'aiuto di Bruxelles. Queste divisioni su questioni strategiche rendono difficile individuare figure che sappiano incarnare una sintesi».

Eppure l'elettorato di centrodestra, pur con le sue diverse anime, appare compatto e, in fondo non chiede nemmeno la luna: figure politiche affidabili che diano risposte alle sue esigenze, una buona gestione della cosa pubblica che agevoli le attività economiche e professionali, che permetta la vita e lo sviluppo della società.
«Ecco, questo è il vero scenario che illustra la crisi della leadership del centrodestra: il fatto che non riesca a incarnare i valori degli elettori, che non chiamerei moderati perché nelle loro istanze sanno essere anche molto decisi e non transigono sui loro principi, ma piuttosto di buon senso. Per molto tempo Berlusconi ha impersonato questi valori, ma ora nessuno dei leader in campo riesce a interpretare il ruolo del padre di famiglia. Salvini assomiglia più a un fratello maggiore, di quelli un po' ribelli, che seducono i fratelli minori portandoli in discoteca e nascondendo le fidanzatine, quei fratelli che ti insegnano come nascono i bambini, ma non ti insegnano una visione della vita. Quota 100, per esempio, cosa è se non una specie di regalo per ingraziarsi i fratellini? E lo stesso, in fondo, si potrebbe dire della Meloni anche se con accenti diversi, più patriottici e di governo».

Insomma, qui manca una visione della società e del Paese che si vorrebbe costruire. Sembra che la politica si limiti a reagire alle emergenze.
«Esatto. Questo è il frutto della rete che, ancora più della televisione, ha generato un sistema per cui emerge la leadership eccessiva, non quella di chi è capace di governare. La figura del buon padre è incompatibile con l'attuale sistema di consenso e propaganda. Il caso dei Cinquestelle è emblematico: hanno raggiunto il potere mettendo insieme una sorta di "cahier de doléance" buono tanto a destra che a sinistra, che riuniva no-Tav e partite Iva. Ma quando si sono trovati a governare hanno mostrato tutti i loro limiti».

Il che conferma che servirebbero persone capaci di una visione. In particolare, che caratteristiche dovrebbe avere oggi il candidato sindaco di una grande città?
«Quando io accettai l'incarico a Milano non avevo esperienza politica, ma ero presidente di Federmeccanica, la più importante associazione di categoria dell'industria italiana. Vede, il mondo dell'impresa, per sua natura, alla gestione del presente, fatta di bilanci e dividendi, unisce una visione del futuro potenzialmente eterna. Una visione differente da quella dei politici, in particolare dei politici odierni i quali, dopo aver conquistao il consenso nel modo che dicevamo sarebbero comunque costretti per governare a fare tutto il contrario di ciò per cui l'hanno ottenuto».

Quindi servirebbero degli imprenditori, o almeno dei padri di famiglia.
«Credo che un padre di famiglia oggi non sarebbe eletto perché contano solo le battute. Infatti vincono i comici. Stiamo facendo governare il Paese a chi è stato scelto grazie al sorteggio di una piattaforma internet, in base al principio che, siccome non aveva mai fatto nulla, non aveva nemmeno rubato. Ma io mi chiedo se Beppe Grillo si farebbe praticare una colonscopia da un idraulico scelto dalla piattaforma Rousseau tramite sorteggio».

Certo, però provi lei a fare il nome di un candidato credibile per guidare Milano.
«Io ne avevo fatti tre: Bonomi, Dompè e Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano».

Hanno detto no...
«Già. In questa fase finirà che verrà scelto un candidato di bandiera destinato a perdere, ma disposto a gratificarsi con un po' di notorietà buona per il futuro».

Quindi va bene Roberto Rasia, il candidato proposto dalla Lega?
«Beh, di sicuro se perderà non gli si potrà imputare nulla, considerato lo svantaggio da cui parte. Per il resto, se vogliamo puntare su una personalità nota, l'unico che mi sembra in grado di reggere la sfida è Berlusconi. Quando nel '97 mi chiese di candidarmi io gli risposi: "Perché non lo fa lei?". Ecco, potrei rifargli oggi la stessa domanda. Lui sa cosa significhi assumersi un simile incarico, tuttavia lui forse potrebbe compiere un atto tanto eroico nonostante sia anche più anziano di me. Del resto, io sono Gabriele e lui è Silvio che continuo a chiamare Zeus, come il padre degli dei, anche se non sono sicuro che gli piaccia».

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