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Sanremo 2021, il vescovo massacra Fiorello: "Sfregio al cristianesimo". Il gesto che non può accettare: non solo Achille Lauro

Giovanni Sallusti
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Mandiamo subito, in esordio, un abbraccio virtuale a monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e Sanremo. Il prelato ha osato l'inosabile, nell'odierno discount arcobaleno delle civiltà, ha infranto quello che è il tabù supremo, ormai anche dalle parti delle gerarchie vaticane: ha levato un grido in difesa del cristianesimo. Non della religione dell'accoglienza, o dell'ecologia gretina, o del pauperismo anticapitalista, che sono diventati i volti più gettonati del medesimo ai tempi patinati di Papa Francesco. No, proprio del cristianesimo in senso letterale e millenario, legato a quel tizio che si fece crocifiggere per amore verso tutti e verso ciascuno, evento da cui in Occidente abbiamo il vizio di contare gli anni (finché il fondamentalismo laicista à la page ce lo concede).  Il grido di monsignor Suetta è un comunicato stampa, pensate, contro uno dei principali idoli della vacuità contemporanea, addirittura il Festival appena concluso. «A seguito di tante segnalazioni di giusto sdegno e di proteste riguardo alle ricorrenti occasioni di mancanza di rispetto, di derisione e di manifestazioni blasfeme nei confronti della fede cristiana, della Chiesa cattolica e dei credenti, esibite in forme volgari e offensive nel corso della 71ª edizione del Festival della canzone italiana a Sanremo», martella il vescovo rinunciando a qualsiasi ipocrisia curiale, «sento il dovere di condividere pubblicamente una parola di riprovazione e di dispiacere per quanto accaduto». Quanto accaduto, secondo Suetta stesso e una buona fetta di fedeli, consiste in una serie unidirezionale di «insulsaggini e volgarità».

 

 

Certamente non si può non pensare anzitutto ad Achille Lauro, un divetto pseudo-maudit che trova sia molto provocatorio irridere nel 2021 la simbologia della religione cristiana (inutile dire che costui non ha mai tentato niente del genere rispetto all'islam, quella sì sarebbe satira temeraria per cui necessitano le palle, genere Charlie Hebdo per capirci). Lauro si è anzitutto presentato in grottesca versione "mariana", simulando il pianto con lacrime di sangue, trovata parsa assai irriguardosa verso certi culti popolari, ad esempio quello della Madonnina di Civitavecchia, i quali non saranno molto gettonati nella sala stampa del Festival, ma incarnano bene l'altra Italia, quella non mainstream, non "relativizzata" direbbe Benedetto XVI, che non si vergogna ancora di praticare la tradizione e fin la devozione.

 

 

Un altro obiettivo della rivolta vescovile è invece dichiarato: «Quanto al premio Città di Sanremo, attribuito ad un personaggio che porta nel nome un duplice riferimento alla devozione mariana della sua terra d'origine, trovo che non rappresenti gran parte della cittadinanza legata alla fede e dico semplicemente non in mio nome». Il personaggio in questione è Rosario Tindaro Fiorello, a cui è stato appaltato pressoché interamente l'intrattenimento, il quale ha sfornato una performance, proprio insieme ad Achille Lauro, con tanto di inequivocabile corona di spine in testa. «Non ha offeso nessuno - si è improvvisato teologo Amadeus in difesa dell'amico - ha giocato e sono fiero di aver assegnato quel premio a una persona buona, generosa, corretta e onesta. I valori di un buon cristiano». Sarà, ma è verosimile ci siano altri cristiani, non sappiamo se "buoni" o meno, certo meno all'acqua di rose e ancora convinti che l'essenza del Vangelo non stia negli slogan ostentati da Lauro («Dio benedica chi se ne frega», «Dio benedica chi gode»), che possono aver trovato perlomeno di pessimo gusto l'autocelebrazione cristologica di Fiorello. Parliamo di quella «fede dei piccoli» il cui «conforto» è stata la molla principale «per il mio intervento doveroso», ha scritto il monsignore con il coraggio di accenti chiaramente ratzingeriani. La fede della gente minuta, quella ai margini della grande storia e perfino delle cronache sanremesi, la fede che è «totalità del sì dato a Dio senza riserva», ha ripetuto spesso il Papa più intellettuale dell'era recente, è la fede autentica. È quanto oggi ci sia di meno di moda, e grazie a Dio (o chi per lui) ogni tanto s' alza un Suetta a difenderla.

 

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