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Tumori: oncologa malata, ecco quello che i pazienti non dicono

domenica 20 ottobre 2013
Tumori: oncologa malata, ecco quello che i pazienti non dicono

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Milano, 14 ott. (Adnkronos Salute) - "Quando si riceve una diagnosi di cancro la prima paura è la morte. Ci si sente spiazzati, cambiano tutte le prospettive. Poi comincia un percorso che deve approdare nell'accettazione della malattia". Sylvie Ménard è un'oncologa. Una diagnosi di mieloma multiplo l'ha obbligata a togliersi il camice e a indossare le vesti di malato. "Mi si è aperto un mondo - ha raccontato a Milano, durante il convegno nazionale di ematologia 'Haemato forum' (in programma fino a domani) organizzato con il supporto non condizionato di Celgene - Ho scoperto com'è sulla pelle la malattia che fino ad allora avevo studiato in laboratorio", per anni all'Istituto nazionale tumori di Milano. "E ho capito cosa vuol dire stare dall'altra parte" della 'barricata'. Ecco quello che i pazienti non dicono: "Le paure - elenca Ménard - le attese infinite che accorciano ancora di più la vita". Un punto su cui la scienziata insiste: "E' un inferno, vista la frequenza di esami e controlli a cui ci si deve sottoporre quando si ha un tumore. Io da oncologa ho dovuto ammalarmi per capire cosa vuol dire. E ho capito anche perché il malato lo chiamiamo paziente, perché deve avere una pazienza infinita. Ci si ammala e si comincia ad aspettare, seduti su una seggiolina di plastica in una sala d'attesa. Si aspetta per tutto, per fare le visite, per il risultato di una biopsia che potrebbe fare la differenza fra la vita e la morte. E' crudele. Si deve fare uno sforzo per eliminarle le attese dove si può farne a meno". Oggi, riflette, "io non temo la morte perché quando arriverà io non ci sarò. I farmaci innovativi mi hanno allungato la vita, altrimenti non sarei qui. Sono 8 anni che convivo con il cancro". Cosa temono i pazienti? "Io ho paura del dolore e della solitudine. Il cancro lascia le persone sole con se stesse, la famiglia ha in più anche un lutto da elaborare". Il medico, spiega, gioca un ruolo fondamentale: "Bisogna dare serenità al paziente. Se arriva ad accettare il cancro, perde anche i capelli con allegria. La qualità della vita va oltre il vomito, le menomazioni. Nessuno al di fuori del paziente può giudicare se la sua qualità di vita è ottimale". Ma un camice bianco deve stare attento alle parole. "Le parole possono distruggere", avverte Ménard. (segue)