(Adnkronos) - "I semafori rossi non sono Dio" è anche la narrazione di un Paese fatta da chi lo ha guardato con gli occhi dell'artista, del politico, dell'intellettuale, del poeta. C'è la sua vita, la carriera, il successo, gli amori, le idee, le lotte, gli amici e le sue canzoni. "La realtà da cui venne fuori Il cielo in una stanza era simile a quella raccontata nei suoi film da Federico Fellini. Avevo più o meno 17 anni - dice Gino Paoli - ed ero affascinato dal mondo dei bordelli, che erano diversi da come li si può immaginare oggi; a volte usavo la scolorina per correggere la carta d'identità e poterci entrare". Fu la canzone che lo portò al successo e che come le altre, raccontano non solo una storia ma l'Italia, i suoi cambiamenti, i suoi drammi e le sue vittorie. Si comprende così con maggiore coscienza, utilizzando la lente del tempo, che Sapore di sale, scritta nel 1963, è una canzone triste che fiuta il declino di un boom economico che inizia a scricchiolare ma nessuno vuole riconoscerlo per non incrinarne l'incantesimo o che Quattro amici "al bar che volevano cambiare il mondo", del 1991, è una motivo amaro che però ha in sé un seme di speranza nei giovani. "Una delle cose che mi rimane dopo il tempo passato con Paoli per questo libro - scrive Lucio Palazzo - sono le atmosfere, in particolare quell'atmosfera di amicizia e di complicità, quel legame che nasce dall'aver passato fianco a fianco la difficoltà, la povertà, le miserie della vita che legava ragazzi come Gino, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Arnaldo Bagnasco, Umberto Bindi".




