L a finestra di lancio si apre il 6 febbraio, e pochi giorni fa è cominciata la quarantena per l’equipaggio di Artemis II, la missione della Nasa che porterà quattro astronauti, a bordo della navicella Orion, a volare per dieci giorni attorno alla Luna. Non è previsto l’allunaggio che sarà effettuato nel 2027 da Artemis III, con la prospettiva di stabilire un avamposto per l’esplorazione e lo sfruttamento oltre che della Luna stessa, di Marte. Perché dopo quasi sessant’anni torna il desiderio della Luna? In una recente conferenza in Italia, Jeff Bezos, fondatore di Amazon e dell’impresa aerospaziale Blue Origin ha dichiarato: «nei prossimi vent’anni milioni di persone vivranno nello spazio». L’idea è quella delle colonie, nonostante le forti riserve di chi, come la filosofa Mary Jane Rubinstein, denuncia una volontà di appropriazione a dispetto del Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 che stabilisce che nessuna nazione può rivendicare la sovranità dei corpi celesti, mentre ricorda che nello spazio non ci sono montagne, uccelli, oceani: «Non è una bella cosa viverci, affatto».
Ma la Luna è sempre stata una nostra ossessione. Un excursus storico-scientifico, guidati da La Luna (a cura di Matthew Shindell, Einaudi, 256 pag., 56 euro), un atlante lunare illustrato corredato da trenta saggi – trenta è il numero magico qui, perché (approssimativamente, in realtà è poco meno) sono i giorni del ciclo lunare attraverso le sue otto fasi principali – rivela la costante presenza del nostro satellite dalla mitologia alla storia delle religioni e delle civiltà, alla sessualità, alla superstizione e alla magia, alla scienza moderna. Dal 1962 al 1974, per conto dell’US Geological Survey (l’agenzia geologica americana), basandosi su fotografie scattate da telescopi (le prime mappe a essere realizzate) e poi anche da orbiter e lander (robot che rispettivamente orbitano attorno alla Luna o ne esplorano la superficie), fu realizzatala prima mappatura completa e sistematica del lato vicino della Luna che avrebbe orientato l’allunaggio del luglio 1969 con Apollo 11.
Le quarantaquattro mappe disegnate dai ventidue cartografi, illustratori, geografi e geologi che, diventati selenografi (Selene era uno dei nomi greci della Luna, l’altro era Mene, da cui “mese”), con i loro vividi e contrastanti colori a indicare le diverse epoche di formazione di crateri e bacini, da quando sulla Luna c’era attività vulcanica fino a tempi relativamente recenti, e con i vasti “mari” dai suggestivi nomi latini: Sinus Iridum (la Baia degli Arcobaleni), Oceanus Procellarum (L’Oceano delle Tempeste), assegnati prima che si scoprisse che la Luna non può avere acqua, sono un perfetto connubio di analisi di dati e realizzazione artistica, specialmente quando le si confronta con le vecchie rappresentazioni, come l’incisione nella Selenographia (1647) dell’astronomo polacco Johannes Hevelius, o anche la Luna piena, attorniata dal suo alone mistico, che appare in una delle carte da gioco dal mazzo inglese Astronomia (1829).
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Se le riproduzioni di mappe antiche o moderne, e le illustrazioni lunari – dagli accenni stilizzati alle sue fasi, come, si presume, nelle pitture rupestri delle grotte di Lascaux – rivelano come da sempre l’uomo abbia guardato alla Luna, prima a occhio nudo, poi con gli strumenti, la Luna, già nella preistoria ha anche accompagnato i tentativi di scandire il tempo, e l’opportunità di cacce, spostamenti o di mettersi al riparo: l’osso di Blanchard, scoperto in una grotta della Francia e risalente a 30mila anni fa, porterebbe inciso l’intero ciclo delle fasi lunari. L’interpretazione della sua misteriosa sequenza di nicchie è discussa, e benché possiamo solo speculare quale fosse il rapporto tra quei nostri antenati e la Luna, è certo che si erano resi conto che i suoi movimenti erano regolari come quelli del Sole e dei pianeti, col suo spostamento da occidente a oriente sullo sfondo delle stelle. Ma a differenza di ogni altro corpo celeste, il suo aspetto cambiava ogni notte, dalla falce della luna crescente al chiarore della luna piena, per poi ritirarsi nel buio della luna nuova. E, come per una rinascita, il ciclo si ripeteva eguale nell’aspetto e nella durata. Mutevolezza nella regolarità che, registrata nei calendari lunari in uso a Babilonia e in Egitto, presto è stata messa in rapporto a vari fenomeni terrestri, dal succedersi delle stagioni al ciclo mestruale (che condivide la stessa etimologia lunare di “mese”, dal greco Mene) di cui si occupavano popolari almanacchi femminili molto diffusi nel Seicento, e, nei culti egizi che, come quelli greci e romani, avevano divinizzato la Luna, la ciclicità giustificava la credenza nell’immortalità. Ma la Luna è essenziale anche quando si affaccia il pensiero scientifico moderno, come nel fenomeno della cosiddetta “luce cinerea” (quando la Luna, alla sua prima e ultima fase, oltre allo spicchio illuminato, presenta un debole bagliore sulla parte restante) che fu spiegato da Leonardo da Vinci nel Codice Leicester come effetto della luce solare riflessa dalla Terra, e non da una luminosità propria. Dai primi tentativi di trasferirla su ossa, statuette, altari, calendari, alle missioni Artemis, la nostra specie non ha mai smesso di guardare con mera viglia alla Luna.




