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Così l'uomo si è fatto dio e ha distrutto se stesso

L'autore britannico intuì che la volontà di dominare totalmente la natura avrebbe annientato l'essere umano, in quanto a sua volta creatura
di Claudia Gualdanasabato 31 gennaio 2026
Così l'uomo si è fatto dio e ha distrutto se stesso

3' di lettura

In tempi di fanatismo ecologista sembra incredibile, ma proprio per questa giova ricordare che, per gran parte del Novecento, è stato tutto un vantaggio di aver guadagnato la supremazia sulla natura. Poi il tormentone si è ucciso di colpo rovesciandosi nella convinzione di dover preservare l'ambiente dai danni dell'elemento antropico, ovvero noi. Una vocazione al massimalismo irrazionale da cui emerge in modo chiaro la conflittualità postmoderna dell'uomo con la vita. È un paradosso di cui la stragrande maggioranza, e per primi i cosiddetti commentatori onniscienti, paiono non rendersi conto. La triste riflessione si è fatta strada leggendo un piccolo, grande libro in uscita da Adelphi, L'abolizione dell'uomo di CS Lewis, per intenderci quello delle Cronache di Narnia (p. 108, €12). Uno che non si legge mai abbastanza, perché aveva previsto cose poi puntualmente accadute già nel lontano 1943, anno in cui questi tre saggi sono usciti per la prima volta nel Regno Unito.

L'assioma “Potere dell'Uomo sulla Natura”, come lo chiama lui, era una medaglia al petto delle magnifiche sorti progressiste. Con un forte accento sulle innovazioni tecnologiche, che in centocinquant'anni avevano stravolto l'aspetto del pianeta. E questo nonostante bombe e carri armati stessiro straziando l'Europa già da un po', a riprova del fatto che le persone sono lente a capire quel che sta succedendo davvero. La prima cosa che Lewis suggerisce è che l'uomo, vantandosi di dominare la natura, non ha considerato di essere esso stesso un elemento naturale. Perché si intende proprio questo con l'espressione «abolizione dell'uomo», che è poi il titolo del terzo saggio, il quale ha fornito lo spunto per questa riflessione. Ma se l'uomo è parte della natura ed egli è orgoglioso di averla soggiogata, in realtà ciò significa che ha sconfitto sé stesso.

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A finire sotto accusa è la contraccezione, in cui Lewis vede appunto una perversa forma di controllo della natura: curioso che gli ecologisti un tanto al chilo non ci abbiano pensato. «Vi è un senso paradossale e negativo nel fatto che tutte le possibili generazioni future vittime sono o soggette a un potere detenuto da chi è già in vita»: osservazione di straordinaria potenza, talmente vera nella sua durezza che quasi non ci si crede di non arrivare prima. Nascere insomma è diventato un privilegio, in una perfetta negazione della vita che guarda caso, altrove in Europa, già stava generando eugenetica e derivate genocidarie. Per non dire che alla lunga tale dominio ha portato alla catastrofe demografica che stiamo attraversando. Voglio proprio vederli, i soloni della domenica, negare una verità cristallina come questa. Impopolare finché vuoi, sicuramente antimoderna, ma inconfutabile.

Potrebbero nascondersi dietro la solita foglia di fico, dicendo che Lewis era retrivo poiché cristiano, e perciò la sua argomentazione è antiscientifica, invece il suo ragionamento non fa una piega. Va da sé che questo non è l'unico tema affrontato in una novantina di pagine dense, mai scontate, che solo un genio avrebbe potuto scrivere. Tra le altre, c'è una saggia riflessione sull'abbandono dell'educazione classica per l'appiattimento sulle materie tecniche, che anziché formare formano schiavi e questo a ben vedere in qualche modo ha a che fare con il controllo di cui si diceva sopra. Ma che l'uomo soggiogando la natura abbia finito col finire, almeno alle nostre latitudini, ha qualcosa di sinistramente comico che sembrava giusto evidenziare.

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