Collezionare non è solo possedere; è voler porre un argine all’entropia e mettere ordine nel caos della dispersione. Da oltre quarant’anni («la seconda metà della mia vita», dice) Giampiero Mughini, intellettuale tanto vistoso quanto rigoroso, ricompone il suo Novecento letterario attraverso una raccolta sistematica di prime edizioni di volumi che hanno costituito l’ossatura del nostro Secolo breve.
In realtà, come con un mandala composto di sabbia, la sta dissolvendo. La collezione è in vendita dall’inizio dell’inverno, tramite la libreria antiquaria milanese Pontremoli. «È come se mi fossi strappato la pelle viva», afferma Mughini. Ma già che ci siamo, si potrebbe aggiungere, meglio venderla cara, la pelle.
O perlomeno, se i desideri non hanno prezzo, tanto vale che questo sia il più alto possibile. Qualche pettegolo ha sostenuto che la vendita procedesse a rilento e che il venditore ne fosse insoddisfatto. Abbiamo chiesto al diretto interessato, che ha smentito. «Compratori ce ne sono, giorno per giorno. Le acquisizioni procedono», ci dice al telefono.
Non è una voce entusiasta, le sua. Si sente che gli costa essere arrivato a un momento della vita in cui «devi mettere un punto e dire basta». Alea iacta est, insomma, la decisione è presa: lasciar andare per la loro strada questi oggetti speciali, concreti, ma dotati di un’aura spirituale. E infatti: dove sta il fascino di una prima edizione?
Che cos’ha di più e di diverso uno tra i primi esemplari stampati di un libro del quale, quando è stato offerto al pubblico, non si conosceva il destino? Soprattutto perché quasi tutti i libri, affondano, prima o poi. Nella memoria dei lettori prima ancora che nelle anticamere del macero. Il valore aggiunto del singolo oggetto sta nella sua importanza postuma. Nel sapere che quel testo e quell’autore hanno poi segnato non solo la loro epoca, ma magari anche quelle successive, fino a diventare classici. Quello che si tiene in mano non è qualche etto di carta, ma una testimonianza storica, a volte unica. Quell’atto è esistito davvero, la parola si è incarnata in quella precisa forma tipografica. La res, la cosa, ha un’anima.
La notizia, semmai, è che la collezione non sia ancora stata comprata tutta. Lo scenario perfetto era che se la aggiudicasse in blocco un ente o un privato, e che ne facesse oggetto di studio, di consultazione, di esibizione. Figurarsi. Le biblioteche pubbliche i libri non li vogliono neanche se glieli regali, anzi, se ci provi ti maledicono. E dire che in questi 1.350 volumi c’è una lezione di storia del Novecento italiano, c’è il Futurismo e c’è la poesia dei grandi, ci sono collezioni intere di riviste (Omnibus, Lacerba, Campo grafico). C’è dunque anche l’estetica editoriale di un secolo in cui operarono fra gli altri Soffici, Rosai, Maccari, Longanesi, Viani. Per qualcuno amare un oggetto-libro è feticismo, in parte può anche essere, ma questo non esclude che si tratti di riconoscere qualità proprie al bello e al tangibile. Al significativo.
Il sontuoso, imponente catalogo, copertina corrusca, carta patinata, grafica impeccabile, testi esaustivi, Novecento, collezione Mughini, è già di per sé oggetto da collezione. La curatrice, Raffaella Colombo, ci racconta anche come stanno andando le cose. «In tre mesi è stato venduto un terzo delle opere. Fra le prime, un esemplare della prima edizione de Il porto sepolto, di Giuseppe Ungaretti». È il numero 59 degli 80 che furono stampati a Udine nel 1916, con dedica autografa del poeta a Luciano Folgore. La cifra richiesta era di 45mila euro. Resta per il momento invenduta la copia della prima edizione di Ossi di seppia di Eugenio Montale, valutata 7mila euro e che pure tra i bibliofili è considerata un’eccellenza.
O la prima, tormentata edizione dei Canti orfici di Dino Campana (11mila euro), quella che il poeta si fece stampare a proprie spese in una tipografia di Marradi, piena di errori e di refusi, che il suo possessore definisce «Un libro strampalato in ogni sua parte, a cominciare da quell’incomprensibile dedica a “Guglielmo II imperatore dei Germani”. Un sopravvissuto, letteralmente, al fuoco dei soldati inglesi che bruciarono la tiratura nel camino, per passare l’inverno».
Allo stesso modo, e abbastanza inesplicabilmente, nel momento in cui scriviamo è ancora disponibile I cavalli bianchi di Aldo Palazzeschi, opera prima del poeta fiorentino, stampata in sole cento copie a spese dell’autore nel 1905. Così come moltissime opere di Antonio Delfini, la più strana e introvabile delle quali è la Marantogide, un libro d’artista realizzato con il pittore Gino Marotta, e che è legato a una storia romanzesca. Dopo la pubblicazione, a Delfini prese uno strano rimorso. Voleva distruggere tutte le copie. A pistola spianata ordinò a Marotta di bruciarle. Ma per vie traverse quattro sono sopravvissute.
Così come è sopravvissuta una copia di Resine di Camillo Sbarbaro, che neppure il suo autore voleva pubblicare e che gli fu praticamente estorta da Angelo Barile e pubblicata nel giugno del 1911 in una forma che oggi si definirebbe molto Do it yourself, a partire dalla grafica e dalla copertina.
Il frutto di una sottoscrizione fra compagni di liceo, un omaggio a un amico troppo timido per esporsi e che sarebbe diventato suo malgrado, ma anche grazie a loro, un grande del Novecento. Storie di storie; si possono fare libri sul destino dei libri. E infatti Mughini ne ha scritti. Da La collezione. Un bibliofolle racconta i più bei libri italiani del Novecento (Einaudi, 2009), fino a Il Mugghnheim. Quel che resta di una vita (Bompiani, 2022). Nel titolo non a caso c’è la parola “vita”. E sempre non a caso non verrà venduto a nessun prezzo l’esemplare di Una vita di Italo Svevo, uno fra quelli, ormai introvabili, che lo scrittore triestino pubblicò a proprie spese nel 1892. Ecco: non di una semplice collezione (ma esistono collezioni semplici?) si tratta, ma di un percorso di vita, personale, unico, e in questo caso irripetibile, considerata la polverizzazione in corso.
Sarebbe utile seguire la futura strada di questi volumi, non fosse che per esigenze didattiche. Non è facile per esempio leggere Orgia, unica opera narrativa di Mino Maccari, del 1918, chele librerie online definiscono eufemisticamente, perfino nelle ristampe, a “bassa reperibilità”. Perché collezionare è anche conservare. È un favore che si fa ai posteri. E poi va bene mettere un punto, ma si spera sempre di trovare qualcuno che abbia voglia di andare a capo.




