Libero logo

Gabriele D'Annunzio, le lussureggianti stagioni poetiche del vate

Esce una raccolta delle più belle liriche del grande scrittore scelte dal presidente del Vittoriale, Giordano Bruno Guerri
di Rossella Prettomartedì 3 marzo 2026
Gabriele D'Annunzio, le lussureggianti stagioni poetiche del vate

4' di lettura

Credo che il nonno Alberto, il mio bisnonno, considerasse suo dovere civico educare le generazioni future alla bellezza e all’onore, oltre che al decoro. Per questo, quando mia mamma era piccola, la portava spesso in visita al Vittoriale. Mamma cresceva nel palazzo dei nonni materni perché il padre si trovava a Reading insieme allo scrittore vicentino Gigi Meneghello. E così il nonno Alberto la portava al Vittoriale e le leggeva La pioggia nel pineto. Anche mia nonna Mariapia lo faceva, soffermandosi sui dettagli per abituarle l’orecchio alle sonorità, a quel dono tutto umano di restituire la musica degli elementi in parola. Mamma ascoltava e guardava, si faceva condurre per le stanze, forse un po’ cupe per una bimba, e assorbiva tutto. Guardando le fotografie dell’amico Lorenzo Capellini contenute nel volume Con D’Annunzio al Vittoriale, la immagino girare smilza sotto le vetrate dipinte, coi riccioli d’oro, sgambettare per il parco, vicino alla Regia Nave Puglia, o abbracciare i giganti giovinetti di carducciana memoria. Bisognerebbe sempre accostarsi ai poeti con piglio amoroso e tempra ambiziosa, mai giudicante.

È così che scorro i versi di Dolci le mie parole. Le più belle poesie scelte e introdotte da Giordano Bruno Guerri (Crocetti 2026, pp. 128, euro 16), selezione curata dallo storico e Presidente della Fondazione Vittoriale, che ha il merito di sottrarre il poeta al doppio destino che gli è toccato nel secondo Novecento: l’agiografia retorica e la liquidazione sbrigativa per motivi ideologici. L’antologia riporta al centro la forza della lingua poetica dannunziana attraversando le grandi stagioni della sua lirica. Un’attenzione privilegiata è dedicata ad Alcyone, che resta un vertice (più datate le sezioni delle Laudi di Maia ed Elettra). A cavallo dei due secoli, nel laboratorio salmastro della Versilia e tra le braccia di Eleonora, d’Annunzio è visitato da un impeto poderoso. «Mi pare che tutto il mio sangue sia divenuto un fiume lirico inesauribile» scrive nel 1902. E l’anno dopo: «Ho una di quelle Furie laboriose che meritano veramente la Maiuscola, perché mi afferrano, m’agitano per sette e sette ore, poi mi lasciano quasi morto e boccheggiante».

Ungaretti, Montale, Campana, Palazzeschi: il fascino (esclusivo) delle prime edizioni

Collezionare non è solo possedere; è voler porre un argine all’entropia e mettere ordine nel caos de...

Oltre a La pioggia nel pineto, ecco La sera fiesolana, da cui è tratto il titolo dell’antologia: «Dolci le mie parole ne la sera/ ti sien come la pioggia che bruiva/ tepida e fuggitiva». Il volume si apre su alcune poesie di Primo vere (1879) che tanto devono all’eletto maestro Carducci, del quale, l’anno prima, il giovane Gabriele si era fatto acquistare le Odi barbare, viste nella vetrina della libreria Zanichelli di Bologna. Divoratele gli scrisse: «Anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne». Principiava così ciò che poi scrisse nelle celeberrime righe de Il piacere: «Bisogna fare della propria vita, come si fa un’opera d’arte». Sono versi - quelli di Primo vere e delle raccolte successive - pieni di una sensualità languida e scandalosa per i tempi, dove il vitalismo si riversa in eroici furori: «O bei corpi di femmine attorcenti/ con le anella di un serpe agile e bianco [...] Bei seni da la punta erta fiorenti [...] reni feline [...] denti a’ cui morsi facile mi arrendo,/ bocche sanguigne più di una ferita,/ pur m’è dolce per voi così sfiorire» (Sed non satiatus, da Intermezzo). Ma si legga per intero “Il peccato di maggio”, quella panica effusione che ha in epigrafe un verso dell’Idillio XXVII di Teocrito, con Dafni che cerca di concupire una fanciulla.

L’antologia termina con i versi del Vate per i suoi cani: li annotò a margine di un libro passeggiando per il Vittoriale, il 31 ottobre 1935. Finite le grandi imprese, «avido di silenzio dopo tanto rumore, e di pace dopo tanta guerra», nel 1921 acquistò la villa a Gardone Riviera come simbolo imperituro di chi volle farsi mito: era appartenuta a Henrich Thode, studioso di cultura italiana con importanti saggi su Giotto e Tintoretto, marito di Daniela von Bülow, figliastra di Wagner e nipote di Liszt. La turpe vecchiezza avanzava avviandolo alla tenebra della “stanza del Lebbroso”, il sacrario privato dove il poeta si raccoglieva in meditazione durante gli anniversari di morte della madre, di Eleonora Duse, e degli amici: lì, il letto/bara simile a una culla congiungeva la vita alla morte. In questi pochi versi, l’ebbrezza lascia il posto a una scrittura ferita, più franta e terminale. Ogni uomo nella culla/ succia e sbava il suo dito/ ogni uomo seppellito/ è il cane del suo nulla. È in questa stanza che si concludono le gesta dannunziane: qui il suo corpo venne collocato la notte tra l’1 e il 2 marzo 1938 per la veglia funebre privata. Il volume sarà presentato il 14 marzo in occasione della festa del Vittoriale.

I soldi fan girare il mondo. E pure la letteratura

Raccontare i soldi è sempre un’impresa ardua. Che si parli di finanza tradizionale, criptovalute o di merca...