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Marilyn Monroe, il più grande sex-symbol del Novecento brillò tra le stelle e poi scomparve

L’infanzia e l’adolescenza difficili, il successo abbagliante, le insicurezze, le passioni e i tradimenti La straordinaria parabola dell’attrice che ha cambiato l’immagine della donna nel cinema mondiale
di Giorgio Carbonedomenica 31 maggio 2026
Marilyn Monroe, il più grande sex-symbol del Novecento brillò tra le stelle e poi scomparve

5' di lettura

Esattamente cento anni fa, il 1 giugno del 1926 nasceva Marilyn Monroe, il massimo sex symbol del ”900 e magari del 2000 se il cinema riuscirà a durare. Nasce male, figlia di padre ignoto e di una madre malata di nervi che va e viene dalle case di cura. Marilyn (che per ora si chiama Norma Jean Baker) passa infanzia e adolescenza presso famiglie spesso non raccomandabili (da teenager subisce anche violenze). Crede di poter uscire da quel ghetto sposandosi a 17 anni con un vigile del fuoco. Il matrimonio dura pochissimo, ma intanto Norma-Marilyn ha capito quel che vuol fare, la modella, l’attrice.

Passa mesi, forse anni nel “casting couch” (il divano dei produttori per poter ottenere i ruoli). Finchè qualcuno per lei ha l’idea (idea spregiudicatissima negli anni ’40): posare (nuda) per un calendario su una rivista per soli uomini. Idea che si rivela ottima. Marilyn ottiene una piccola parte, ma in un grande film Giungla d'asfalto (è l’amichetta oca ma provocantissima di un avvocato impegolato con la mala).

MAGIA BIONDA
Dopo “Giungla” le arriva un contratto con la Fox. La casa cerca un’alternativa alla sua bionda principale, Betty Grable che sta aumentando di anni e di chili. Nel 1953 Marilyn sostituisce Betty in Niagara (dove si esibisce in un abito rosso lacca e inaugura la sua fatidica “camminata orizzontale”) e in Gli uomini preferiscono le bionde. La prendono perché costa la metà di Betty, ma il regista Howard Hawks tramuta la lavorazione in un inferno. Ogni giorno minaccia di protestarla (si rabbonisce solo per intercessione di Jane Russell la bruna coprotagonista del film alla quale piace atteggiarsi a sorella maggiore).

Hawks cambia registro solo quando si guarda i giornalieri con il materiale girato e s’accorge che da Marilyn si sprigiona una magia, quando è di scena lei lo schermo si illumina.
Hawks dirige da 30 anni ma non ha mai visto niente di simile. La stessa folgorazione avrà quattro anni dopo un altro grandissimo Laurence Olivier che, credendo di fare con Il principe e la ballerina, un film “di Olivier” si ritrovò con una pellicola abitata dall’inizio alla fine dalla Monroe.

Nel 1954 Marilyn è già l’attrice più popolare del mondo e la donna più amata. Ma trova arduo stare sulle vette. Il contratto con la Fox le sta sempre più stretto, rifiuta le parti di oca, ambisce ruoli drammatici, si iscrive ai corsi dell’Actors studio, la fucina dei grandi del cinema e del teatro. Spinge perché le affidino la parte di Grushenka in una nuova edizione dei Fratelli Karamazoff.

DOLORI D’AMORE
È la più amata del mondo, ma non ne sembra convinta. Robert Mitchum, suo partner in La magnifica preda racconta che in ogni momento della lavorazione, Marilyn aveva bisogno di essere rassicurata. Ma la disposizione di Mitchum a rassicurare non andava mai oltre l’ultimo ciak. E se non c’era Mitchum a deluderla un trattamento migliore non arrivava dai successivi partner (Tony Curtis di A qualcuno piace caldo amava rimarcare la sua totale passività a contatto con gli slanci di Marilyn) Nel 1957 Marilyn fa l’incontro (dice) della vita. La sua frequentazione con i salotti intellettuali newyorkesi l’ha portata a contatto con uno dei più rappresentati drammaturghi d’America, Arthur Miller. Lei asserisce che è stato un colpo di fulmine. Lui nega, ma intanto i suoi drammi parlano per lui. Uno sguardo dal ponte e Il crogiuolo hanno per protagonisti uomini maturi tirati a perdere dall’attrazione fatale per donne giovani e procaci.

Miller non riesce a negare a lungo. La coppia si sposa tra lo scetticismo del mondo intero e soprattutto degli amici di entrambi. «Due incertezze non fanno una certezza» è l’unanime sentenza. Niente di più vero. Con Marilyn che incombe, Miller ha il blocco dello scrittore (in quattro annidi matrimonio riuscirà solo a scrivere un soggetto cinematografico, al servizio di Marilyn naturalmente). Lei intanto, anche prima del divorzio (che avverrà nel 1961) andrà ancora in cerca di “rassicurazioni”. Crede di trovarla in Yves Montand suo compagno in Facciamo l’amore. Ma è un ulteriore schiaffo dei tanti subiti nella sua tempestosa esistenza.

Montand l’accoglie nel suo letto, ma solo dopo aver chiesto il permesso alla moglie Simone («Così te la togli dai piedi»). Il 1962 è l’anno fatale della Monroe. A 36 anni è ancora bellissima. Ma sul set di Something’s gotta to give la protestano, è diventata ingestibile, sprigiona ancora la magia, ma su quella magia i produttori non sono più disposti a scommettere. Il film viene interrotto (la trama verrà utilizzata per un film di Doris Day, figuriamoci). Marilyn non se la prende troppo. La sua testa è tutta occupata dalla nuova grande storia d’amore che sta vivendo.

Ma il destino le vuole male. Le vorrà male fino all’ultimo. L’oggetto di desiderio è John F. Kennedy, il presidente più amato d’America. Kennedy gode fama di don Giovanni, ma è un amante frettoloso e distratto. Alla Monroe concede solo una sveltina. Che Marilyn enfatizza al punto di telefonare a Jacqueline Kennedy per annunciare che John è pronto a divorziare e che sarà lei la prossima first lady. John invece l’ha già passata al fratello Bobby. Altra probabile sveltina.

LA FINE
Nell’agosto di quell’anno Marilyn muore. Prima diagnosi: overdose. Seconda diagnosi: mix micidiale di alcol e barbiturici. Tanti, ma tanti asserirono che Marilyn poteva essere salvata. Che era ancora viva quando al suo letto arrivarono i primi soccorsi. Omissione di soccorso. Non pochi lanciarono l’ipotesi che tra i possibili soccorritori ci fossero amici del clan Kennedy che intravidero l’opportunità di sbarazzarsi di un personaggio diventato improvvisamente scomodo.

Marilyn fu seppellita il 6 agosto del 1962 e tutta Hollywood partecipò alle esequie. Nei giorni e negli anni che seguirono però solo pochi si avvicinarono alla sua tomba. Giusto le compagnie di turisti. E giusto il secondo marito, il campione di baseball Joe Di Maggio che fino alla fine dei suoi giorni portò rose rosse sulla lapide di quella che per due anni era stata la sua consorte. Joe, l’unica certezza nella vita di Marilyn. Ma lei era stata troppo autodistruttiva per accorgersene.