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Stellantis, ecco dove ha delocalizzato: la grande fuga dall'Italia

Antonio Castro
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Serbia, Repubblica Ceca, Polonia. Stellantis, la conglomerata franco italiana dell’auto- che ha assorbito i marchi più “popolari” e diffusi delle vetture una volta made in Italy - ha spesso un cuore che nasce all’estero. In particolare nell’Est Europa dove la manodopera costa ancora meno, i governo fanno ponti d’oro per realizzare le nuove piattaforme produttive dei velivoli più diffusi e popolari. E di quelli che hanno le maggiori potenzialità di diffusione sui mercati esteri dove la concorrenza con i modelli super accessoriati cinesi è durissima.

Certo poi ci sono i “marchi” lusso che sono e restano necessariamente agganciati al territorio. Chi sborsa decine di migliaia di euro per una macchina (da un minimo di 80mila euro a salire), inseguendo l’icona del made in Italy, di sicuro non vuole ritrovarsi tra le mani una copia rabberciata che di italiano ha solo la fama.

 


Non a caso ieri la casa modenese del Tridente ha diffuso una nota in cui precisa che «tutti i modelli Maserati l’unico marchio di lusso del gruppo Stellantis - oggi in produzione e quelli futuri sono e saranno 100% disegnati, sviluppati e prodotti in Italia». Lo afferma, in una nota, Stellantis. Maserati, il primo marchio di lusso italiano a sviluppare e produrre vetture 100% elettriche, si sta muovendo verso un piano di crescita rivolto a una redditività sostenibile nel lungo termine. «La gamma Maserati», sottolinea la casa automobilistica emiliana, «interamente disegnata, sviluppata e prodotta in Italia, è distribuita in 70 Paesi nel mondo, con un tasso di esportazione dell’86%; Modena continua a essere il cuore pulsante della casa del Tridente».  Per i comuni mortali bisogna accontentarsi di quello che passa il mercato. Sempre che i modelli più appetibili (oggi va per la maggiore la Jeep Avenger che però ha tempi di attesa di mesi), siano reperibili rapidamente.  La fascia media ormai ha quasi sempre radici straniere: la Panda elettrica è allestita in Serbia, la 600 elettrica in Polonia, la Topolino in Marocco e solo la 500 elettrica, per il momento, è sopravvissuta a singhiozzo a Torino.

 


C’è da dire che in Italia da oltre 10 la produzione di auto è scesa sotto la soglia del milione di unità, con picchi negativi, sotto il mezzo milione, tra 2012-13 e nell’ultimo triennio. La componente della delocalizzazione ha influito. Poi è arrivata la batosta del Covid che ha letteralmente bloccato il mercato mondiale (non solo quello tricolore), e come se non bastasse la guerra ad Est tradizionale mercato di approvvigionamento di componentistica e fornitori di manodopera specializzata. Il problema, adesso, è che la fusione franco italiana ha messo in moto meccanismi di economie di scala ancora più importanti. I conti si faranno definitivamente tra qualche mese.

 

 

Non bisogna tener conto solo dei veicoli a 4 ruote. Ci sono pure mezzi da movimento terra, camion, ecc. Nel 2023 sono stati prodotti 752.122 veicoli di vario genere. Nel dettaglio nei primi sei mesi del 2023 è stata registrata una produzione pari a 291.110 autovetture, il 16,9% in più rispetto al 2022. Poi bisogna tener conto dei 114.760 veicoli commerciali leggeri (+11,5%). A tirare le somme rispetto al 2019, anno che già risente di una crisi perdurante dei volumi, la produzione di auto resta in linea (-5%) mentre i furgoni risultano sotto soglia per il 23%. Insomma, ce ne vorrà per raggiungere il ventilato milione di veicoli che l’ex casa madre di Torino ipotizza. Anche perché a dicembre - per svecchiare e alleggerire gli organici - sono stati offerti generosi prepensionamenti (fino a 140mila euro) a ben 15mila dipendenti. Più di un terzo rispetto all’organico a busta paga (45mila persone). Se non è questo un progetto di progressivo allontanamento...

 

 

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