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Un cambio di passo nella politica industriale per rilanciare il Pil

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Bruno Villois
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 La locomotiva sta rallentando, la produzione industriale ha chiuso l’anno con una crescita al lumicino, meglio è andata per quella artigianale, i consumi cominciano a risentire del doppio problema: inflazione con salari bloccati. L’inflazione è in flessione ma solo grazie al calo degli energetici, il cui prezzo è tornato ai livelli del 2019, anche se si riduce il tasso di crescita in ragione d’anno dei prezzi del carrello della spesa, ora al +3,7%. Persiste un discreto ritmo per la domanda enogastronomica, con ristoranti e affini in buona posizione, mentre l’alberghiero attende fiducioso l’arrivo degli stranieri.

Uno scenario complessivo che per liberarsi delle tensioni e quindi per ridare vigore a famiglie e imprese, avrebbe bisogno di concreti segnali sia della politica monetaria che legislativa. Purtroppo il ceto medio è stato particolarmente colpito dall’inflazione, la quale è stata preceduta nell’ultimo decennio dal ridimensionamento del potere di acquisto, dovuto al blocco dei salari e ad una pressione fiscale significativa. Tocca alla Bce valutare quando sia il momento di tagliare il tasso di sconto. Ed è sempre più necessario farlo velocemente. Stessa urgenza hanno le riforme del fisco e della giustizia civile, ma anche di un programma di riallocamento della spesa pubblica con l’obiettivo di girare risorse al servizio sanitario nazionale, sia diretto, che in convenzione con il privato. Un vero rilancio dei consumi non potrà avvenire in assenza delle riforme e del maggior sostegno alla salute, bene primario che oggi obbliga ogni italiano a spendere circa 1000 euro annui per la salute, un po’ di meno in Lombardia quasi il doppio nel Meridione.

Ma per una ripresa duratura e sostanziosa è indispensabile definire un piano industriale Italia. Sono non meno di 10 i governi, guidati di ogni tipo di forza politica, che l’hanno ripetutamente annunciato criticando gli esecutivi precedenti per non averlo fatto. Si tratta di invertire una tendenza che negli ultimi 20 anni ha consentito al nostro prodotto interno lordo di crescere complessivamente poco più del 15% contro oltre il doppio di Germania e Francia. Ora il governo Meloni, che ha nel Dna la politica del fare, ha l’occasione di rompere gli indugi e, insieme alle associazioni datoriali e ai sindacati, mettere in cantiere una politica industriale, cadenzata secondo criteri attendibili e misurabili. La politica industriale dell’Italia è stata ben chiara e definita fino alla fine degli anni Ottanta, basandosi su metalmeccanica e costruzioni, con annessa una fiorente siderurgia, l’automotive con Fiat, allora ai vertici mondiali, come la Pirelli, la moda e il design, tutti con governance saldamente in mani italiane. Da inizio millennio domina il terziario. La filiera industriale è rimasta solida, ma è sotto le multinazionali estere, per carenza di quelle a capitale italiano. È giusto puntare sull’attrattività, ma altrettanto è rinvigorire l’industria di grandi dimensioni a capitale italiano. Per riuscirci serve una politica industriale chiara e a lungo termine

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