Primo: pagare in contanti, mai in acquisizioni e men che meno in azioni («Quando, nel 1998, decisi di liquidare 272mila azioni Berkshire per comprare la General Re fu un terribile sbaglio, quel mio errore ha fatto sì che gli azionisti dessero molto più di quanto ricevessero. Una pratica che, nonostante l’approvazione biblica, è tutt’altro che benedetta nell’acquistare aziende»). Secondo: l’investimento “bisessuale”, cioè a due punte, da una parte con lo scopo di ottenere partecipazioni un società quotate e dall’altra con l’obiettivo di cercare aziende simili sul mercato, è l’approccio migliore per diventare ricco, una sorta di “teorema Prendi i soldi e scappa” («Woody Allen una volta spiegò perché l’eclettismo funziona: «Il vero vantaggio», disse, «di essere bisessuali è che raddoppia le possibilità di avere un appuntamento il sabato sera»). Terzo: sulla vita dopo la morte è forse lecito dubitare, sulla successione al proprio consiglio di amministrazione invece mai («Ho scartato con riluttanza l’idea di continuare a gestire il portafoglio dopo la mia morte, abbandonando la speranza di dare un nuovo significato al termine “pensare fuori dagli schemi”»).
Warren Buffett è un uomo di parola. Non solo perché l’aveva detto ed effettivamente l’ha fatto (mercoledì 31 dicembre è stato il suo ultimo giorno di lavoro alla guida della Berkshire Hathaway, l’azienda tessile che ha preso in mano nel 1965 e che è riuscito a trasformare in una macchina del valore di oltre mille miliardi), soprattutto perché, nel corso della sua lunghissima vita da imprenditore, miliardario, guru della finanza, ogni anno, cascasse il mondo, ha mandato ai suoi investitori una lettera più o meno stringata in cui li aggiornava sull’andamento della loro capitalizzazione non lesinando però su consigli, suggerimenti e piccole lezioni economiche. Oracolo di Omaha, ma per davvero.
Tutte le bufale sulla manovra
Lo hanno rifatto. A sinistra si sono di nuovo scagliati contro chi guadagna 2.500 euro al mese, colpevole di incassare q...Son uomini che non ce ne sono più, quelli come Buffett. Attenti al fatturato sì, ma attenti pure ai propri baker, chiari, concreti, che mica le mandano a dire e non tacciabili di avidità (a proposito: «Bisogna avere paura quando gli altri sono avidi ed essere avidi solo quando gli altri hanno paura», dalla lettera del 1986). A scorrere quelle missive oggi, col 95enne del Nebraska in pensione e già sostituito dal “ragazzino" Greg Abel (63 anni), sembra di trovarsi dentro la mini guida del perfetto finanziere. D’altronde il nome sulla copertina dice tutto. Dice, ossia, Buffett che sulle acquisizioni è meglio andarci cauti dato che la maggior parte degli accordi in questo senso danneggia gli azionisti e che gli amministratori delegati, se si tratta di capitale di riserva, rischiano persino un filino troppo per colpa di una sorta di “predisposizione biologica” («Quando un ceo viene incoraggiato dai suoi consiglieri a concludere affari reagisce più o meno come un adolescente incoraggiato dal padre ad avere una vita sessuale normale. Non è una spunta di cui ha bisogno», 1994).
Ma dice anche, mr. Berkshire, che tocca sempre aspettare, non essere precipitosi e saper fare i conti complessivi («Andrew distrusse alcune piccole compagnie assicurative. Inoltre, fece capire ad alcune grandi compagnie che la loro protezione riassicurativa contro le catastrofi era tutt’altro che adeguata. È solo quando la marea si ritira che si scopre chi ha nuotato nudo», 1992 dopo l’uragano Andrew aveva inciso per 125 milioni di dollari sul bilancio della sua azienda). È tranchant sui derivati, il “più grande investitore del mondo” («Sono armi finanziarie di distruzione di massa che comportano pericoli i quali, sebbene latenti, sono potenzialmente letali», 2002); sa che la prima qualità dell’economista di successo è saper cogliere le occasioni («Quando si verificheranno acquazzoni di oro è fondamentale correre fuori con le tinozze e non coi cucchiaini», 2016) e ricorda che un’azienda è una struttura centralizzata con un vertice capace di delegare ai suoi dirigenti chiave sul cui curriculum l’esperienza è un punto a favore («Non si possono insegnare i vecchi trucchi a un nuovo cane»).




