Settembre 2021. Entra in Borsa il primo Etf sulle terre rare disponibile in Italia. Ma se avessi investito 100 dollari quel giorno, il 6 gennaio 2026 ne avrei 78. Una perdita secca del 22%. Investire nelle terre rare non è come investire in Apple. È un mercato piccolo, volatile, dominato da un solo paese, la Cina. E quando Pechino manovra sulle esportazioni, tutti ballano. Il mercato delle terre rare vale appena 6,5 miliardi di dollari – briciole rispetto al rame o al petrolio – ma regge interi settori industriali. E c’è chi ne ha fatto un’arma di negoziazione: guardacaso la Cina. L’ex Celeste impero possiede il 48% delle riserve esistenti di questi preziosi metalli e fa letteralmente il bello e il cattivo tempo. Il nome inganna. Le terre rare non sono “terre” e neppure particolarmente “rare”. Sono 17 metalli, abbondanti sulla crosta terrestre quanto il rame. Il problema non è trovarli ma raffinarli. Il processo è così complesso, inquinante e costoso che quasi nessuno lo fa più. Tranne la Cina.
Questi metalli finiscono nei magneti permanenti, componenti invisibili ma cruciali per la transizione digitale. Servono ad esempio per trasformare l’elettricità in movimento: nei motori delle auto elettriche, nelle pale eoliche, negli hard disk, nelle articolazioni dei robot umanoidi. Il neodimio è il più importante di tutti: resiste al calore, non si smagnetizza e permette di realizzare motori molto piccoli e al contempo molto potenti. Quelli per intenderci che si trovano nel gomito, nel ginocchio o nelle dita di un automa di ultima generazione. Dietro questi metalli del futuro, indispensabili per realizzare una infinità di applicazioni “green”, si cela però un paradosso inatteso. Ogni tonnellata di terre rare raffinate produce tantissimi scarti che sono tutto tranne che green. Acque reflue acide, scorie, consumi energetici elevati.
RAFFINERIE CHIUSE
Così la Cina produce il 69% delle terre rare mondiali e ne raffina il 92% (dati Intesa Sanpaolo, novembre 2025). Non è un caso. Dagli anni Ottanta Pechino ha investito massicciamente in questo settore mentre l'Occidente chiudeva le raffinerie: troppo inquinanti, troppo costose. Ora la competenza è concentrata nella Terra di mezzo. Il vero potere non sta nelle miniere ma nelle raffinerie. Possedere una miniera è come avere una libreria piena C’è poi un precedente che deve far riflettere. Nel 2010, durante una disputa con il Giappone, Pechino ha ridotto le esportazioni di terre rare. Nel giro di poche settimane i prezzi sono decuplicati. È stato il primo campanello d’allarme: chi controlla le terre rare può mettere in ginocchio intere filiere industriali. Fino a strangolarle.
Oggi la storia si ripete. Nel 2025 la Cina ha introdotto nuove restrizioni su alcune esportazioni. Il prezzo del neodimio è salito del 52% in un anno. Stati Uniti, Australia ed Europa stanno cercando di costruire miniere e raffinerie proprie, ma servono anni: otto-dieci per una miniera, circa cinque per una raffineria di terre rare. Sempre che le Authority le facciano costruire e le comunità locali non si oppongano, mancano le competenze tecniche, che oramai sono quasi tutte localizzate in Cina.
Se davvero la casalinga di Voghera dovesse decidere di investire qualcosa sulle terre rare, dopo averne sentito parlare come la nuova frontiera dello sviluppo, scoprirebbe a sue spese che non è per niente facile. Esiste un solo Etf sulle terre rare quotato in Italia: il VanEck Rare Earth and Strategic Metals. In Borsa dal 2021, costa lo 0,59% all’anno di commissioni - dunque abbastanza poco - e contiene 21 aziende del settore: chi estrae, chi raffina e pure chi produce magneti. Il 35% del portafoglio è rappresentato da aziende cinesi, il 36% sono australiane, il 16% americane.
È vero chela bontà di un investimento non si misura soltanto sui risultati ottenuti prima di metterci i propri soldi, Tanti o pochi che siano. Ma la performance di un fondo e pure di un Etf- un fondo che replica un indice o come in questo caso un paniere di titoli rappresentativi di un settore- è decisiva per capire cosa aspettarsi. I risultati ottenuti finora dal VanEck Rare Earth non sono entusiasmanti. Se avessi investito 100 dollari il giorno in cui il fondo è partito, vale a dire il 24 settembre 2021, oggi ne avrei 78. In quattro anni e mezzo il valore dell’investimento sarebbe stato negativo per quattro anni. Un pessimo biglietto da visita. Il grafico è letteralmente una montagna russa: picchi improvvisi, crolli verticali, rimbalzi. È un investimento volatile, non adatto per stomaci deboli. Certo, dall’8 aprile 2025, quando i 100 dollari iniziali hanno raggiunto il minimo valevano precisamente 33 biglietti verdi - la quotazione è risalita quasi ininterrottamente. Ma non è detto che il recupero continui. C’è un rischio geopolitico enorme, legato alle decisioni della Cina e alla guerra commerciale in atto fra Washington e Pechino.
IL CASO DEL NEODIMIO
Per capire quanto siano rischiose le terre rare vale la pena di ricostruire la vicenda del neodimio, uno dei 17 metalli su cui si basa il VanEck Rare Earth. Il neodimio è la più importante delle 17 terre rare. Non perché sia il più raro – anzi, è relativamente abbondante – ma perché è insostituibile. Serve per produrre i magneti permanenti più potenti al mondo: quelli che trasformano l’elettricità in movimento e promettono di equipaggiare la prossima generazione di automi umanoidi, capaci di maneggiare qualsiasi suppellettile.
Il neodimio, combinato con ferro e boro, crea magneti leggerissimi ma fortissimi. Resistono al calore, non perdono magnetismo col tempo, permettono di costruire meccanismi piccoli e potenti. Ogni auto elettrica ne contiene alcuni chili. Ogni turbina eolica, centinaia. Senza neodimio, la transizione verde si ferma. I numeri del dominio cinese sono schiaccianti. La Cina produce circa il 70% del neodimio mondiale e ne raffina oltre il 90%. Ha costruito questa posizione in quarant'anni mentre l’Occidente chiudeva le raffinerie di questo metallo per i costi ambientali.
Nel 2022 il neodimio ha toccato un picco: un milione e mezzo di dollari alla tonnellata, il doppio del valore attuale. Poi è crollato. Nel 2025 è risalito del 52%. Stati Uniti e Australia stanno cercando di costruire filiere indipendenti. Mp Materials in California e Lynas in Australia producono neodimio, ma in quantità limitate e devono ancora completare le raffinerie. Serviranno anni. Investire nel neodimio significa scommettere che la domanda crescerà più velocemente dell’offerta. E che la Cina continuerà a usarlo come arma di negoziazione. Una scommessa che può pagare. O costare caro.




