E alla fine anche Goldman Sachs, una delle più grandi e influenti banche d’affari del mondo, ha ceduto. Dopo le Big Tech, le grandi multinazionali manifatturiere, una fetta rilevante del mondo giornalistico e dell’istruzione, anche il simbolo stesso del potere finanziario globale ha capitolato e si prepara a eliminare i criteri “politicamente corretti” che si erano resi necessari per far parte del suo consiglio di amministrazione. In pratica quelle procedure e protocolli Dei, che, in nome appunto di malintesi concetti di Diversità, Equità ed Inclusione, avevano messo in scacco gli unici criteri che soli dovrebbero contare per ogni tipo di carriera: la competenza, il merito, la preparazione. Insomma, quel che sembrava impossibile solo un anno fa, cioè la sconfitta sul campo della cultura woke e la rivincita della libertà e del buon senso, sembra ormai cosa fatta, soprattutto in America ma presto, presumibilmente, anche nella “provincia” europea.
Ma come è potuto succedere? Conviene partire da lontano e rispolverare forse le tesi di un pensatore francese del secolo scorso, Gaston Bachelard. Fu lui infatti ad introdurre nel dibattito filosofico e storiografico il concetto di «rottura epistemologica». Egli mostrò come la storia delle mentalità che formano il senso comune di un determinato popolo o di un determinato periodo storico non evolvono gradualmente ma vanno soggetto, ad un certo momento, a delle vere e proprie fratture passando da uno stato all’altro. Ovviamente il paradigma che viene superato, precedentemente vincente, aveva covato all’interno e in modo sotterraneo crisi e contraddizioni tali che, giunte ad un punto apicale, non potevano che esplodere tutte insieme.
Bene, si può dire che proprio qualcosa del genere sia successo con la cultura woke che per negli ultimi decenni ha costituito il perimetro entro cui, almeno qui in Occidente, era quasi d’obbligo giudicare le vicende e indirizzare la politica, la società, l’economia. Chi non aderiva ai suoi dettami veniva, nel migliore dei casi, tollerato ed emarginato; nel peggiore, perseguitato ed escluso da ogni consesso civile. Una cultura, quindi, profondamente intollerante, illiberale, quindi anti-occidentale, che delegittimava automaticamente chi osava metterne in dubbio i dogmi. Fosse pure in nome di una lunga storia di libertà conquistate quale è stata quella occidentale, una cultura che ha segnato il divorzio fra le élite che l’hanno imposta e l’enorme bacino della popolazione che l’ha dovuta subire. La quale però ha covato appunto anticorpi così forti che alla fine sono esplosi, in primo luogo in quell’America che la cultura woke l’aveva elaborata e diffusa e che rimane l’epicentro ove si costruisce gran parte dell’immaginario pubblico mondiale.
È in questo orizzonte di senso che si inquadra il movimento Maga e la stessa vittoria di Donald Trump, il quale ha dato voce a questo spontaneo e popolare moto di reazione e che, fosse solo per questo, è destinato, può piacere o meno, a passare alla storia. La capitolazione di Goldman Sachs è forse la definitiva certificazione di un passaggio d’epoca e del ritorno a quei sani principi occidentali che erano stato così clamorosamente decostruiti e abbandonati. Se questo sforzo di lettura storico e metapolitico ha un senso, come io credo, risulta abbastanza patetico il tentativo di una parte della classe dirigente europea di voler sfidare Trump e l’America accentuando politiche “diversitarie, egualitarie e inclusive” che si sono dimostrate fallimentari. Così come dimostra scarso senso della storia chi si attarda sulle contraddizioni di Trump e su molti tratti indubbiamente volgari del suo carattere. La storia, in verità, non procede coi buoni sentimenti e per le azioni di “anime belle”, essendo guidata forse, come diceva Hegel, da una recondita «astuzia della ragione», che è molto più semplicemente, nel nostro caso, la maturata volontà di una parte dell’Occidente di ritornare su una retta strada.




